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FUKUSHIMA/ 2. Dal Giappone all'Aquila, così ho riscoperto il bello di condividere tutto

Mentre il Giappone vive il primo anniversario dal terremoto, all’Aquila siamo a tre anni dal tragico 6 aprile. FABIO CAPOLLA ci racconta la storia di Mario e di ciò che ha imparato

Le macerie a L'Aquila (Foto: Infophoto) Le macerie a L'Aquila (Foto: Infophoto)

Mentre il Giappone vive la ferita ancora aperta a dodici mesi dal terremoto, all’Aquila ancora non si rimargina quella di una città che si prepara a celebrare il terzo, doloroso anniversario da quel tragico 6 aprile. Tre anni passati senza dimenticare quello che è successo, portando nel cuore, giorno dopo giorno quelle persone che non ci sono più, coltivando la speranza che la vita torni ad essere uguale a prima. Ma non potrà mai essere uguale a prima. Abbiamo detto tanto e scritto ancor più sul terremoto. Ma sono le presenze che incontriamo, le storie che scopriamo a farci e darci quella forza per cui la strada della speranza è la posizione di ciascun uomo davanti al suo dramma personale, al dolore, ai ricordi che non saranno mai cancellati, alle difficoltà che spesso sembrano insormontabili.

La vita all’Aquila è diversa. Per molti più brutta, impossibile da paragonare a quella passata.  Eppure nonostante la ricostruzione si stia muovendo con tempi più lenti del previsto, nonostante le difficoltà possano sembrare insormontabili ci sono persone che con il terremoto, per assurdo grazie al terremoto, hanno cambiato il loro sguardo verso la vita. Tutti all’Aquila quella notte hanno capito che basta un nulla, venti lunghi secondi per capire che gli affanni quotidiani non sono l’obiettivo principale di ciascuno. Lo ha capito anche Mario, sposato due figli, un lavoro sicuro, una bella casa in centro. Con il terremoto tante domande hanno trovato risposta. Tante speranze rimangono ancora tali. «Certo mi piacerebbe andare in centro e scoprire che i rifiuti di tre anni fa non sono più lì, che le macerie le stanno rimuovendo, che potrei tornare a vivere nella mia vecchia casa. Questo non è possibile ancora. Ma non è neanche più la priorità della mia vita», racconta Mario.

La vita di  Mario, come quelle di tutti, è cambiata con il terremoto. Ma rispetto a molti la sua vita è cambiata in positivo. Assurdo. A prima vista potrebbe essere così. Ma così non è. «Le amicizie fatte in questo periodo hanno cambiato la mia vita, i miei rapporti quotidiani. Grazie al terremoto ho visto  un mondo diverso, fatto di persone e di gesti. Un approccio diverso a tante cose successe. Ho incontrato una compagnia di persone che vivono il reale, che è la vita di ogni giorno di chi ha vissuto il terremoto. Ma queste persone ti fanno partecipe della loro vita e ti fanno sentire vivo». Sentirsi vivo dopo quei drammatici 23 secondi è la scoperta più bella che molti aquilani hanno fatto. Non vivo inteso solo in senso fisico. Persone vive nelle loro azioni. «Il quotidiano si è intensificato positivamente – racconta ancora Mario – uso il termine Grazia, che è una cosa diversa dal fare per fare. Ricordo persone conosciute dopo il terremoto. Tutti li abbiamo chiamati volontari. Ho conosciuto persone che sono venute non solo ad aiutare noi ma a vivere con noi. Che si sono tuffate dentro il nostro quotidiano. E io in loro».