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IL CASO/ 2. Da Homs all’Afghanistan, quei bambini uccisi da una pietà che non c’è più

Pubblicazione:martedì 13 marzo 2012

Carri armati in azione a Homs (Infophoto) Carri armati in azione a Homs (Infophoto)

Vale per tutti, anche per gli eserciti occidentali. Si è visto con l’impazzimento del soldato americano in Afghanistan. E speriamo si tratti di uno solo. Se costringi degli uomini a vivere nella paura, nel sangue, a spiare attentati e vendette, a mangiare polvere e seppellire corpi, a vedere i propri compagni mutilati e uccisi, puoi stupirti che qualcuno dia fuori di testa, e si metta a sparare all’impazzata? Che lo faccia in missione, o al ritorno, appostandosi ai cancelli di una scuola, di un supermercato, cambia qualcosa? I morti sono tutti uguali.

Abbiamo visto diverse versioni di Rambo, e ancora non ci crediamo, che in Vietnam si rischiava di ammattire davvero, e in Afghanistan non è diverso. A meno che sia chiaro perché si parte, e chi scegliere per l’impresa. Uomini esperti, speciali per coraggio e per umanità, capaci di star di vedetta e di curare i feriti, di far compagnia ai bambini, di preparare loro un piatto di pasta. Uomini che partono per aiutare, non per fare la guerra. Con buona pace di chi non sa distinguere, e sono quelli che urlano contro le guerre, ma poi tollerano e incitano a certe altre guerre; di chi si ostina a non capire che difendersi è necessario, almeno per la memoria di chi ha pagato ed è morto per la tua civiltà, la tua patria; senza alcun spirito nazionalista e anzi, speranzosi di riportarli tutti al più presto a casa, ecco, i nostri sodati in missione sono i soldati che vorremmo. In genere sono vittime, non carnefici.



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