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TRAGEDIA BUS/ L'insegnante: la strage di quei 22 bambini non è vana

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Nostra sorella morte corporale viene d’improvviso ed è spietata, se in poche ore vi ha portati via da noi, addolorati e attoniti, verso il vostro dies natalis.

L’uomo non si conosce che alla fine, è scritto nel libro del Siracide. Chi vi ha amati e vi ama potrà leggere ora la profezia, il presentimento che colava lungo la fronte e tra le pieghe della schiena, quando, appassionati e inconsapevoli, prendevate commiato dall’ultimo pallone macinando a rotta di collo il più agevole corridoio d’erba bruciata, lanciati verso la rete: smarcarsi, attendere il passaggio, fermare la palla, guardare, scattare, guardare ancora, passare, portarsi al rendez vous, attendere, liberarsi dalla stretta, rubare il tempo, lasciare l’uomo sul posto, fingere una sosta, scartare di lato e correre a rotta di collo l’ultimo più agevole corridoio d’erba bruciata, verso la porta, il varco, la fenditura.

Ci hanno ospitati e ci ospiteranno ancora diversi selciati lustri di pioggia, nel giorno viola del vostro funerale, noi, figli d’ogni sorta, venuti, tornati, forse per la prima volta giunti nella Chiesa in tanti, mentre ci lambiscono saltuarie vetture, frenanti impacciate prima di svoltare, chissà dove dirette, in ogni lembo di cintura metropolitana che il pungiglione della morte ha visitato, come a suo tempo il luogo detto cranio.

Cambiano i tempi, i luoghi, le abitudini, non l’antica cooperativa di pescatori che anche oggi anche qui getta le sue reti e tira su pesci, tira su pesci, tira su pesci...

Perché di tutto si può fare a meno, non della Chiesa.

E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». (Mc 12, 41 - 44)

«Chiamati a sé i suoi discepoli» (Vangelo, Mc 12, 43) Gesù li aiuta a comprendere il gesto della vedova. “Cosa traspare” - ha detto recentemente il Cardinal Scola - “da questo gesto di Gesù? Il legame solido tra i membri di quella prima compagnia da Lui generata. Una parentela più potente di quella della carne e del sangue, una fraternità in cui si anticipa - come traspare nella Santa Eucaristia - la vita del Paradiso. Cristo chiama i Suoi a fare l’esperienza inaudita che la consistenza dell’io si chiama comunione. Comunione come stima a priori per l’altro, perché abbiamo in comune Cristo stesso. Comunione disponibile a ogni sacrificio per l’unità affinché il mondo creda. «L’espressione matura del condividere cristiano è perciò l’unità fin nel sensibile e nel visibile. Questa fu l’espressione del tormento finale di Cristo nella sua preghiera al Padre, quando in tale unità sensibile e visibile indicò consistere la decisiva testimonianza dei suoi amici» (L. Giussani, Il cammino al vero è un’esperienza, 52-53). Qui sta la vittoria sulla vanitas. Qui comunione è liberazione”.



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COMMENTI
15/03/2012 - Mancanza (claudia mazzola)

Non ho parole, solo commozione, grazie Mauro di parlare così.