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MATRIMONIO GAY/ L’avvocato: vi spiego “l’errore” della Corte di Cassazione

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Nel (troppo) lungo iter motivazionale posto a supporto della decisione, i giudici della Cassazione danno onestamente atto della circostanza per cui né le fonti di diritto interno (legge ordinaria ed atti equiparati), né la Carta Costituzionale consentono di ritenere sorpassata in Italia detta concezione “tradizionale”, affermando che «il diritto fondamentale di contrarre matrimonio non è riconosciuto dalla nostra Costituzione a due persone dello stesso sesso» (§ 3.1).

Il mutamento della “realtà giuridica” sarebbe invece un portato dell’Europa, ai cui organismi viene addossata la responsabilità di aver creato condizioni tali da imporre al giudice nazionale italiano lo scardinamento di categorie fondamentali dell’ordinamento interno. In estremissima sintesi, nella sentenza si valorizzano due fonti extranazionali, l’articolo 12 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (Cedu), secondo il quale “a partire dell’età maritale, l’uomo e la donna hanno diritto di sposarsi e di formare una famiglia, secondo le leggi nazionali che regolano l’esercizio di questo diritto”, e l’articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (cosiddetta Carta di Nizza), secondo il quale “il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”.

Queste norme non hanno efficacia interna diretta nel nostro ordinamento nazionale - la Cedu è un trattato, quindi una fonte di diritto internazionale, mentre la Carta di Nizza è un atto interno dell’Unione europea - e il loro contenuto non ha all’evidenza alcun effetto cogente quanto alla definizione dell’istituto matrimoniale. Il giudice nazionale, in dipendenza di quanto disposto dall’attuale articolo 117 della Costituzione, così come novellato nel 2001, ha però l’obbligo di conformare la propria attività interpretativa ai vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali, e tra essi dai diritti fondamentali così come interpretati dalla Corte Edu (cosiddetta interpretazione convenzionalmente conforme).

Nell’esercizio della propria attività ermeneutica, la Corte di Cassazione ha affermato di voler attenersi a tale canone interpretativo, portando avanti un’opera di uniformazione del nostro ordinamento a disposizioni di matrice europeistica, e ciò ha inteso realizzare recependo espressamente interi passaggi motivazionali di una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (la cosiddetta Corte di Strasburgo) di portata asseritamente innovativa, la sentenza del 24.6.2010 Schalk e Kopf contro Austria.


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