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ORESTE SPAGNUOLO/ Meluzzi: il killer della camorra e la banalità del male

giovedì 29 marzo 2012

Oreste Spagnuolo, killer della camorra attualmente in carcere, ha pubblicato un libro che racconta la propria vita. Scritto da Daniela De Crescenzo che ha raccolto la sua testimonianza, è un allucinante viaggio nel male, anzi nella banalità del male. Dice infatti Spagnuolo di non avere nulla di cui pentirsi: uccidere è bello, dà una sensazione di onnipotenza. Spagnuolo è oggi collaboratore di giustizia, ma non è un assassino pentito. Ai tempi della sua attività criminosa riceveva uno stipendio di 50mila euro al mese dal boss della camorra Michele Zagaria. Per Alessandro Meluzzi, contattato da IlSussidiario.net, le parole di Oreste Spagnuolo riflettono la mentalità tipica del serial killer. Non è infatti una novità, spiega Meluzzi, che le associazioni criminali vadano a cercare i loro elementi tra i casi più eclatanti di personalità psicolabili. Ma non è solo questo il punto, dice Meluzzi: "Per evitare casi di questo tipo, per quanto sia difficile, è necessario educare fin da piccoli alla cultura della vita. Una cultura che oggi è tradita, ridicolizzata e abbandonata. Cultura della vita non vuol solo dire combattere l'aborto: oggi non ci si scandalizza più nemmeno per qualcuno che muore per mando di un altro".

 

Professore, che idea si è fatto di Oreste Spagnuolo, di uno che dice che uccidere è bello?

 

Il suo è il tono classico di un serial killer. Il serial killer è un soggetto il quale in situazioni magari di apparente normalità, nel senso che ha comunque una funzionalità sociale, non è ad esempio il maniaco che vive da solo isolato in una grotta, esprime un grave distacco dalla condizione umana naturale.

 

Cioè?

 

Arriva cioè a considerare gli esseri umani su cui esercita il suo potere diabolico come un oggetto e quindi un po' come succedeva nei campi di concentramenti o nei gulag, fa dell'uccisione dell'uomo una onnipotenza che  gli serve ad esorcizzare le sue angosce di nullità. Quindi è un soggetto con un sentimento di inferiorità grave da evadere, soffre una forma di psicopatologia.

 

Tutto qua? Un malato di mente dunque?

 

E' un soggetto che subisce la sua condizione psicotica tanto da perdere quella capacità di avere uno sguardo umano sull'altro che magari sta chiedendo pietà. Quindi riesce a diventare una implacabile macchina di morte, una macchina che rende possibile non riuscire a vedere nell'altro qualcuno con cui identificarsi.

 

Non riuscire a fare ciò è dunque così importante per non arrivare ad eccessi come l'omicidio?

 

Saper identificarsi nell'altro previene la violenza, previene anche l'uccisione. Il soggetto che arriva a questa forma di patologia dell'anima, più che una psicopatologia che per fortuna è punibile perché ci sono le leggi per punire chi fa queste cose, è un soggetto che non sa distinguere, che non capisce che l'altro ama come me, soffre come me. Tutto questo lo spinge a esercitare una onnipotenza che vuole riempire un destino fragile e caotico.

 

In questo senso si può parlare di normalità del male?



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