BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

NO TAV/ Sapelli: Val di Susa, un "gioco" per i figli della crisi e i nonni del '68

Pubblicazione:lunedì 5 marzo 2012 - Ultimo aggiornamento:lunedì 5 marzo 2012, 9.02

Scontri in Val di Susa (InfoPhoto) Scontri in Val di Susa (InfoPhoto)

Ebbene, la modernità coinvolse quelle terre in una triste violenza istituzionalizzata e per questo non ricordata: le due guerre mondiali. Che precedettero il periodo di crescita economica che investì le Valli nel secondo dopoguerra del Novecento, tra un’industria che entrò in crisi negli anni Sessanta del Novecento (le lotte dei cotonifici, su cui si veda ora un lavoro-memorialistico-scientifico di Aris Accornero) e il turismo, che rimane, invece, una risorsa fondamentale. Ma la storia pesa, eccome! Cosicché non vi è da stupirsi che la lotta per impedire la “penetrazione tecnologico-capitalistica” nelle Valli sia riemersa recentemente con la tentata predisposizione del passaggio ferroviario ad alta velocità per le merci.

Oggi, del resto, non ci sono i pastori riformati o i perseguitatori cattolici di eretici che dispongono di una voluttuosa riserva di tempo per dedicarsi alla propaganda e all’organizzazione: oggi tutti i movimenti sociali europei dispongono della riserva organizzativa del pensionato giovane, mediamente benestante, oppure scarsamente benestante, oppure decisamente povero, ma che dispone di tempo libero di cui godere e che si trasforma grazie al tempo libero in “rivoluzionario professionale”. Non è un caso che alla testa dei più importanti movimenti collettivi attuali in Europa ci siano certamente i giovani spaventati da un futuro terribile a cui non sanno dare un alito di speranza, affiancati da ben inquadrati ideologicamente pensionati. I quali rinnovano la loro formazione sessantottina ponendosi spesso addirittura a capo di movimenti colletti.

Orbene, oggi siamo nell’epicentro di una crisi mondiale che è crisi del capitalismo e del pensiero neoliberista. Crisi frutto in primo luogo di un nichilismo di massa delle classi dominati l’Europa e gli Usa. Nella Valle di Susa giunge, eccome, il respiro del mondo: sempre vi è giunto. L’ho già detto. Non vi è da stupirsi (ci sarebbe stato da stupirsi del contrario) che la Tav sia divenuta un catalizzatore dell’insofferenza e del ribellismo che oggi non ha più guide politiche organizzate e con articolazioni parlamentari.

Tutte queste rappresentanze politiche non hanno nessuna legittimazione dinanzi ai movimenti collettivi (solo gli scioperi, tramite i sindacati hanno un rapporto con la politica istituzionalizzata, grazie all’opera sempre meritoria dei sindacalisti, quale che siano le loro opinioni) ed essi si trovano, quindi, in una sorta di deserto ideologico che ne esalta la radicalizzazione. I movimenti collettivi non sono, per loro natura, negoziabili: sono, come nel caso della Valle di Susa, in-negoziabili perché l’identità non si negozia: si lotta per la radicalità dell’esistenza del movimento.

Non è possibile agire con la ragionevolezza dinanzi non all’irragionevolezza, attenzione. Ci sono diverse forme di ragionevolezza: non siamo filistei e neppure dei Pilato che se ne lavano le mani. Le persone sono tutte intere quando lottano per obbiettivi non mediabili e non negoziabili. Non è un caso che i sindaci delle Valli di Susa son diventati ormai favorevoli alla Tav, mentre i loro elettori spesso non lo sono, a parte gli operatori turistici. Il fatto è che via via - come dicevo - la Tav ha catalizzato tutta la protesta buddista ed ecologista estremistica.


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >