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Cronaca

STRAGE BORSELLINO/ Quattro arresti: Massimo Ciancimino inattendibile per la Procura

Sviluppi nelle indagini sulla strage di via D'Amelio in cui venne ucciso il giudice Borsellino. Notificati quattro mandati di arresto a boss mafiosi, di cui tre già in galera

Monumento al giudice Borsellino, foto InfophotoMonumento al giudice Borsellino, foto Infophoto

La strage di via D'Amelio in cui venne ucciso il giudice Paolo Borsellino: un passo avanti nelle indagini. La Dia ha comunicato ordinanze di arresto per quattro persone, tra cui il boss Salvino Madonia che già si trova in carcere. Arrestato invece Calogero Pulci, che viene definito un falso pentito, e definito inattendibile Massimo Ciancimino, figlio del sindaco di Palermo, fino ad adesso molto considerato come informatore. Viene anche presentata un possibile movente ufficioso per la strage del luglio 1992: Borsellino ostacolo per la trattativa tra Stato e mafia. Sono i nuovi sviluppi di una indagine ancora avvolta da troppi misteri. Sembra che a determinare questi sviluppi siano state le dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza, l'uomo che rubò la Fiat 126 carica di esplosivo. Grazie alle sue dichiarazioni sei persone incarcerate sono state rilasciate perché considerate innocenti nei mesi scorsi. Come detto, le nuove ordinanze riguardano Salvino Madonia, in carcere perché accusato di aver partecipato alla riunione che pianificò la morte di Borsellino. Ordine di arresto poi per i due boss Vittorio Tutino - rubò la 126 insieme a Spatuzza - e Salvatore Vitale, che è considerato la talpa dell'attentato in quanto abitava nello stesso palazzo di Borsellino in via D'Amelio. Anche loro si trovano già in carcere. Infine il pentito Calogero Pulci, che invece era in stato di libertà, incarcerato con l'accusa di calunnia aggravata. Era stato chiesto l'arresto da parte della Procura anche di Maurizio Costa, un meccanico da cui si recò Spatuzza per far aggiustare i freni della 126. Costa rimane invece indagato a piede libero per favoreggiamento aggravato. Questi arresti fanno parte della revisione dei processi sulla strage di via D'Amelio, con l'intento di fare completa luce sulle motivazioni e le colpe di quanto avvenne quel 19 luglio del 1992. La motivazione che sta dunque prendendo corpo è che Totò Riina, boss assoluto di Cosa Nostra, considerava il giudice ucciso un ostacolo nella trattativa presunta in corso tra Stato e mafia. Riina considerava la trattativa ferma e voleva riportarla in attività con una azione clamorosa che mettesse paura allo Stato, ricattandolo e costringendolo a riprendere i rapporti con la mafia. Ecco cosa dicono gli atti della Procura al proposito: "La tempistica della strage è stata certamente influenzata dall'esistenza e dalla evoluzione della così detta trattativa tra uomini delle Istituzioni e Cosa nostra".