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LA STORIA/ Il miracolo di Matteo, perdere la vita per guadagnarne tante altre

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Una foto di Matteo dal suo profilo su Facebook  Una foto di Matteo dal suo profilo su Facebook

Hanno attraversato il dolore. Come la lama tagliente di un bisturi, il calvario e la morte di loro figlio Matteo, 19 anni, ha toccato il cuore. E se sono vivi è perché la fede ha impedito che venisse tagliata l’aorta. Si tratta dei coniugi La Nasa, cinquantenni di Burago (Monza). Lui, Saverio, lavora in una ditta di Bellusco che produce pluriball, le palline da imballaggio che scoppiano se pressate. Lei, Croce, detta Cettina, fa la collaboratrice scolastica in un grande istituto di Vimercate. Stanno raccontando a tutti l’esperienza speciale che hanno vissuto e che stanno vivendo. Sì, perché la morte di Matteo ha spalancato altri percorsi, per loro, e per molti altri genitori cui è capitato il peggio: fare il funerale al proprio figlio o figlia. Quello che segue è una trascrizione, il più fedele possibile, di quanto hanno detto una sera, ad un gruppo di amici arcoresi. Tra i presenti, c’erano alcuni che hanno fatto compagnia ai La Nasa quando Matteo era ancora vivo, e con cui è nata un’amicizia profonda.

“Noi avevamo la fede, semplice, anche prima che capitasse l’incidente – ha detto Saverio –. Perciò quando è accaduto l’incidente, pur nel dolore straziante, non eravamo disperati”. Per chi non si ricorda, l’estate del 2010, Matteo è stato schiacciato, mentre beveva una bibita a un tavolo, nel Lecchese, da un’auto volata giù da un tornante. Alla guida un suo coetaneo, incosciente, che stava viaggiando ad una velocità folle per la strada. Matteo stupì subito tutti: secondo la letteratura medica sarebbe dovuto morire sul colpo. Impossibile sopravvivere per le fratture riportate. Invece, quattro mesi di coma profondo, poi il coma vigile. “Ha aperto gli occhi – ha fatto presente Cettina – io saltavo dalla gioia. Esultavo e orgogliosa dicevo: Dio fa vedere la sua potenza. Adesso mio figlio gliela fa vedere a tutti, altro che morto”. Ma i danni riportati rimanevano gravi: il cervello dalla botta subita si era girato dentro il cranio; in quattro mesi, quelli del coma profondo, era ritornato nella sua posizione originaria, ma il male era fatto. Matteo non parlava, non si muoveva. “Però ci riconosceva – ha precisato la madre – e rispondeva con gli occhi alle nostre domande: se li chiudeva significava ‘sì’, se li teneva aperti era un ‘no’”.

“In Matteo vedevamo la passione di Gesù – sottolinea Saverio – anche se non so che cosa sentiva dentro, cosa soffrisse. Il dolore si manifestava in lui con delle forti sudorazioni. Noi eravamo tranquilli, e la nostra tranquillità ha colpito chi ci ha conosciuto. Ma era Matteo stesso che infondeva pace a chi ci veniva a trovare e dare una mano. Riconoscevamo Gesù presente con noi, in quella situazione”.

 Non tutti hanno reagito in casa allo stesso modo. La figlia maggiore Claudia, 22 anni (l’altra è Giulia, di 13) ad esempio, era ed è arrabbiata con Dio. Tanto da arrivare a chiedere a sua mamma Cettina in un dialogo acceso se avesse mai chiesto a Matteo se fosse arrabbiato anche lui con Dio. “Allora glielo ho chiesto – ha detto Cettina. La risposta è stata un ‘no’. Gli ho chiesto se fosse arrabbiato con chi l’ha investito; risposta ‘sì’.”


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