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IL CASO/ Le famiglie di Cometa, Giovanni e Giacomo e l’abbraccio del destino

Pubblicazione:martedì 17 aprile 2012 - Ultimo aggiornamento:martedì 17 aprile 2012, 9.51

Erasmo Figini di Cometa Erasmo Figini di Cometa

Poi siamo stati nella sala da pranzo di questa famiglia allargata, che ha un tavolo su cui un giorno scrissi l'editoriale di un numero del mio giornale. Un tavolo a forma rettangolare, dove tutti si guardano e dove c'è sempre il posto a tavola, come nei monasteri benedettini, che in quel modo non cedono nulla alla manifestazione di un unisono. Una tavolo di legno, bellissimo, che infonde calore, come le sale dove i ragazzi fanno il doposcuola, seguiti dai volontari, oppure in giardino guardando sullo sfondo il lago di Como. Centinaia e centinaia di ragazzi ogni giorno vengono qui, alcuni vi abitano. Tutti, da chi ha un bisogno a chi fa il volontario, cercano un luogo, che è il viatico di una strada, anche professionale, da percorrere. E quante risorse ci sono nell'animo di una persona, quante sensibilità che ricominciano ad esprimersi. A me questa storia della Cometa ricorda mia mamma, quando durante quei pomeriggi assolati di primavera lei mi vedeva giù di corda perché la matematica non mi riusciva. E allora mi abbracciava e mi diceva sorridendo: “Su dai, vedrai che ce la fai!”. E me lo diceva ben sapendo che lei non poteva aiutarmi: aveva appena la terza media, eppure quell'incoraggiamento ti faceva mettere sopra ai libri con un piglio diverso. Anche Erasmo e i suoi amici fanno così: non risolvono i problemi, ma sono quell'incoraggiamento presente che cambia la prospettiva alle cose.

Quel giorno alla scuola Cometa ho parlato del gusto, sotto un fuoco di domande degli studenti che si erano preparati. Ho parlato di come passo dopo passo sono arrivato a capire che questo era il lavoro. Un lavoro straordinario – dico ora – se ti permette di fare degli incontri del genere.



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