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SARAH SCAZZI/ Al processo, parlano 9 testimoni. “Michele Misseri molestò mia moglie”

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Si sta celebrando, di fronte alla Corte di Assise di Taranto, il processo per l’omicidio di Sarah Scazzi, la 15enne di Avetrana uccisa quel tragico 26 agosto del 2010 e ritrovata un pozzo il 6 ottobre successivo. Per quel delitto, inizialmente, fu accusato lo zio, Michele Misseri, che dopo 9 ore di interrogatorio confessò di averla uccisa, strangolandola, violentandone in seguito il cadavere. In seguito a successive smentite e rivelazioni, furono coinvolte nelle indagini anche la figlia dell’uomo, Sabrina Misseri, e la moglie, Cosima Errano. Con il tempo, le versioni cambiarono radicalmente e, attualmente, le due donne sono accusate dell’omicidio. Sabrina, in particolare, di omicidio doloso premeditato, la madre di concorso in omicidio mentre il padre di soppressione di cadavere. E’ in corso, quindi, la dodicesima udienza. E’ stato acquisito il verbale con le dichiarazione di Anna Di Noi, mentre hanno iniziato a deporre gli altri 9 testimoni citati dal pubblico ministero Mariano Buccoliero. Hanno già finito di testimoniare Rita Di Noi, il marito Vito Palmisano e l’avvocato Anna Rita Panzuto; i tre hanno deposto a proposito di un incontro avvenuto a causa dell’avvocato il giorno della scomparsa della vittima. In particolare, Palmisano ha riferito di aver visto station wagon di color vinaccia, un vecchio modello. I seguito, osservando una foto, avrebbe riconosciuto nell’auto una Fiat Marengo. L’automobile, secondo quanto ha rivelato, stava procedendo verso il mare, a gran velocità. Nell’arco di cinque minuti l’avrebbe vista passare due volte. «Il conducente - mi ha guardato: aveva un viso abbastanza rotondo con un ciuffo di capelli e indossava un girocollo blu». L’automobile sarebbe simile a quella di Cosimo Cosma (nipote di Michele Misseri), accusato anche lui di soppressione di cadavere. Di fronte alla Corte d’Assise ha parlato anche Maurizio Misseri, figlio di Carmine; ha spiegato che il giorno successivo all’arresto di Sabrina, Valentina, sorella dell’accusata, andò a casa sua assieme agli avvocati Russo e Mongelli. Dissero che era necessario trovare la padre Michele un altro avvocato. Quello che aveva, infatti, era stato nominato d’ufficio e, secondo loro, non era adeguato. 



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