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RACCONTO/ La storia di Jillali, morto sui binari della nostra indifferenza

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Immagine d'archivio  Immagine d'archivio

Quello che segue è un racconto di fantasia ispirato alla tragica morte di un lavavetri lungo i binari della ferrrovia nei pressi della stazione di Barletta. Secondo quanto riporta La Repubblica, il treno regionale 8349 si ferma per soccorere un uomo notato dal macchinista riverso al fianco dei binari. L'uomo respira ancora, ma dalla sala comando sarebbe arrivato l'ordine di risalire sul treno e mettersi in marcia. Il treno è in ritardo. Quell'uomo è morto poco dopo. La Polfer di Bari ha lanciato un appello rivolto a chiunque fosse a bordo di quel treno, o abbia notizie utili su quanto accaduto durante la fermata straordinaria del 19 febbraio del treno regionale 8349. Chi sa parli, perchè su quanto accaduto è stata aperta una inchiesta. E' possibile contattatare il Compartimento della polizia ferroviaria al numero 080.5222901 o per posta elettronica (l’indirizzo è comppolfer.pg.ba@poliziadistato.it). Ecco come Paola Caronni fotografa attraverso il suo racconto, ripetiamo di fantasia, quegli attimi e quello che - forse - era lo stato d'animo dei protagonisti.

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Pomeriggio d’inverno sul treno dei pendolari; posto vicino al finestrino, l’ora morta dopo pranzo per quasi tutti meno che per quelli che se ne stanno seduti senza ancora aver mangiato, troppo coperti nelle giacche invernali, odore di stoffe bagnate e fastidio di tenere i piedi in scarpe umide sul pavimento impiastricciato, la fatica di evitare gli sguardi dei dirimpettai.

Obbligato a subire la stretta vicinanza di estranei, annoiato dai soliti discorsi che si ripetono, fissa le gocce scorrere oblique sul finestrino, le più piccole scorrono per la velocità a raggiungere quelle più grandi, formano rivoli che si perdono nella giuntura inferiore del vetro. Rabbrividisce per l’umidità e per l’umore tetro della giornata.

Adesso sente che il treno rallenta, anche se non gli sembra ancora di essere in stazione. Ma sembra proprio che si fermi. Ragiona; ma perché in un luogo pieno di gente le persone non si guardano, come sarebbe naturale, ma anzi evitano lo sguardo altrui con una costanza esagerata, ostentano indifferenza (la ragazza davanti a lui ha chiuso gli occhi, cuffiette nelle orecchie e chewing gum in bocca), leggono assorti come non mai libri o giornali; spesso assiste allo spettacolo muto degli occhi distolti all’ultimo momento, appena prima che l’osservato li colga, tutta la scena riflessa nei vetri dei finestrini.

Qualcun altro più avanti li vede scendere, sono in tre; da lontano sembrerebbe che facciano di fretta, uno ha il berretto dei ferrovieri,  tutti e tre  sembra si chinino poi verso terra. Il capotreno risale veloce aggrappandosi all’asta di metallo a fianco della scaletta, e altrettanto veloce ridiscende. Confabulano, uno dei tre sta accovacciato a lato del binario; ancora il capotreno risale, poi ridiscende lento. Insieme sembra che spostino una specie di sacco, oppure un mucchio di coperte a lato della massicciata. Si parlano ancora, più stretti, si guardano intorno come se dovessero ricordarsi qualcosa nel paesaggio circostante, come se cercassero un punto di riferimento.

Lenti, risalgono sul treno che riparte.

L’uomo seduto vicino al finestrino vede che in effetti c’è qualcosa a terra, si ripropone di osservare con attenzione mentre il treno arriva alla sua altezza; anche la ragazza si sporge in avanti incuriosita, e poi con un sobbalzo si volta verso di lui.



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