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Cronaca

CUSTODIA CAUTELARE/ Pecorella: un "abuso" tutto italiano

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La decisione spetta al giudice; vi è, successivamente, il Tribunale del riesame al quale si può ricorrere. E, infine, la Cassazione.

Com’è possibile che, in punta di diritto, gli abusi possano verificarsi?

E’ una misura legata ad alcuni presupposti la cui valutazione è lasciata alla discrezionalità del giudice che ha facoltà, quindi, di ritenere il soggetto più o meno pericoloso.

Trova che la disciplina in materia andrebbe riformata?

Sì. Occorrerebbe prevedere una procedura diversa, che comporti un arresto provvisorio e una vera e propria udienza  - come avviene negli Stati Uniti – dove vengono discusse le prove e, al limite, ascoltati i testimoni.

Chi ha subito una custodia cautelare ingiusta ha modo di ottenere un risarcimento?

L’ingiusta detenzione dà luogo a risarcimento, tant’è vero che questa voce rappresenta un costo estremamente alto per lo Stato, sul quale gravano numerose condanne della Corte dei diritti dell’uomo.

Trova che abusi di questo genere inficino il principio della presunzione d’innocenza?

Tale principio, in effetti, dovrebbe comportare che nessuno, fino a quando non se ne è accertata la colpevolezza, possa essere privato della libertà. Ovviamente, ci sono situazioni in cui non è possibile lasciare una persona pericolosa per la collettività in libertà. Sarebbe necessario, quindi, operare in due direzioni: riducendo il principio esclusivamente in quei casi in cui la custodia cautelare è strettamente necessaria; e, relativamente a questi casi, differenziare fortemente la condizione carceraria per i condannati con sentenza definitiva.  

In ogni caso, si è innocenti fino a prova contraria, fino a quando non c’è una sentenza passata in giudicato. In Italia è così?

Spesso, nel nostro Paese, la stampa e i mass media indicano come colpevoli persone che non sono state neppure soggette alla prima fase del processo. Di conseguenza, l’opinione pubblica, tende a vedere nell’imputato un colpevole.

Come valuta questo orientamento?

E’ gravissimo. Si finisce per condizionare la libertà del giudice che, in qualche modo, si sente esposto alle reazioni dell’opinione pubblica. Ci sono soggetti che vanno a giudizio già pregiudicati da una sorta di condanna collettiva. 

 

(Paolo Nessi

 

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