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RACCONTO/ Storia di Mohammad, il talebano si consegna per incassare i 100 dollari della sua taglia

Questo racconto di MARCO FERRARINI prende ispirazione dalla vicenda riguardante Mohammad Ashan, il capo talebano locale che si è consegnato per incassare la taglia sulla propria cattura

Foto: InfoPhoto Foto: InfoPhoto

Questo è un racconto di fantasia che prende ispirazione dalla vicenda, avvenuta in Afghanistan e riportata dal Washigton Post, riguardante Mohammad Ashan, capo talebano locale, che si è consegnato ad un posto di blocco stringendo tra le mani il volantino in cui si chiedevano informazioni utili alla sua cattura. «Eccomi, sono io. Mi consegno» ha detto Ashan, chiedendo però i 100 dollari di ricompensa che il volantino prometteva. E' stato ovviamente incarcerato senza ricevere nulla in cambio.  


Si esplode ancora in Afghanistan.

Mohammad non ricorda più quanto tempo ha passato a nascondersi, disteso su un letto di sabbia e proiettili che non è il suo, e che non sarà uguale a quello dove dormirà domani, nella casa di amici sconosciuti, in un buco nella terra secca, assieme ai propri fratelli. Non sa più dire se è ancora mattina o se è già arrivata la notte: le bombe scandiscono il ritmo di un tempo che sembra non passare mai, mentre il richiamo del muezzin e la sirena del coprifuoco hanno assunto ilo ruolo di ossessive sorelle che sortiscono l’unico effetto di impedirgli di dormire.

Si sposta sempre Mohammad, viaggia e vaga, ricordando a sé stesso e ai fratelli che incontra i tempi lontani pochi mesi, ma che già sbiadiscono rapidamente nella memoria di chi tramanda la propria leggenda in terza persona.

Eppure a volte, quando il sole comincia  tramontare e si alza il vento, non sembra passato molto tempo dai giorni dell’odio in cui l’eccitazione e l’orgoglio di combattere quella giusta guerra gli consentivano di battersi come un leone; non sembra passato molto tempo da quando l’arma pesante gli segnava la giovane spalla; non sembra passato molto tempo da quando l’entusiasmo della prima vittoria e dei successi contro il nemico lo riempivano di vita. Non sembra passato molto tempo, o forse Mohammad si sbaglia.

Perché Mohammad non ricorda i volti di chi gli si è stretto intorno come a una guida, giurandogli fedeltà. Non ricorda gli sguardi impietriti, gli occhi sbarrati, di chi è caduto al suo fianco stringendo nessuna bandiera. La nostalgia del battito accelerato, della gola riarsa, della paura scacciata ripetendo forte il nome di Allah, sono una nostalgia che non morde più Mohammad; la tensione, la gioia e il vanto di vedere per due volte la sua esplosione colpire il nemico sono il ricordo schiacciato da un’insopportabile stanchezza di una storia che si raccontava ai propri fratelli.

Da quando ha compiuto il proprio dovere, e le sue imprese sono rimbombate nel vento del deserto in quel che resta della provincia di Paktika, un’incomprensibile scritta del nemico aveva accompagnato la sua faccia logora e spossata che ora, ovunque si girasse, sembrava guardarlo risentito. Non ha più niente Mohammad: lontano dalla sua famiglia ha conosciuto numerosi nuovi fratelli, che portavano come lui il nome del Profeta. Morti, immolati contro il nemico, o dal nemico consegnati all’eternità. Non lui, non Mohammad.