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Cronaca

IL CASO/ 2. Il magistrato: Manzoni lo aveva capito, l’ingiustizia non sta nelle leggi...

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Circostanze come il sovraffollamento riducono pesantemente la possibilità, quando non la escludono del tutto. E’ facile, infatti, immaginare quanto siano limitate le occasioni educative di dieci detenuti che devono darsi il turno per scendere dal letto perché non ci stanno tutti insieme in piedi in una cella.

Su queste pagine, Maria Laura Fadda faceva presente che in Italia il 40% dei detenuti è in carcere in attesa di giudizio. Non crede che il fenomeno, contribuendo al sovraffollamento, renda l’opera educativa ancora più complicata?

E così. La custodia cautelare in carcere contribuisce  al sovraffollamento in misura cospicua, limita la possibilità già di per sé esigua, di consentire a tutti gli altri detenuti di accedere a quelle iniziative che contribuiscono alla loro riabilitazione.  

Trova che la misura sia applicata indiscriminatamente?

Per sostenere se la custodia cautelare in carcere, a livello statistico, sia adottata rigorosamente secondo i parametri legislativi occorrerebbe valutare caso per caso, processo per processo. Ciò che è certo è che dovrebbe essere sempre e solo intesa come extrema ratio. Il criterio principe che regola le misure custodiali vuole, infatti, che esse si contemplino laddove tutte le altre si sono rivelate insufficiente o non idonee.

Crede che la disciplina in materia di custodia cautelare, quindi, andrebbe riformata?

Nella storia della Colonna infame si narra di due poveretti che, accusati di essere untori, furono condannati a morte dopo che gli venne estorta una confessione con la tortura; Pietro Verri approfittò dell’episodio per denunciare l’ingiustizia delle leggi sulla tortura; Manzoni, tuttavia, fece presente che, con le leggi di allora, i giudici avrebbero potuto disporre di non torturare i due poveretti. Insomma: gli strumenti per non applicare la custodia cautelare in maniera indiscriminata, già esistono.

 

 

(Paolo Nessi)

 

 

 

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