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Cronaca

IL CASO/ Luigi Negri (vescovo): fede in crisi? Abbiamo smesso di educare il popolo

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Io non sono né ottimista né pessimista. Ho davanti a me la responsabilità di far avvertire a questo popolo che la fede e la tradizione non sono un passato, ma sono un presente che può essere vissuto nella sua concreta attualità e quindi può diventare un progetto di bene anche per il nostro Paese.

 

Ferme restando le difficoltà di cui abbiamo detto prima.

 

Certo, se l'ecclesiasticità viene meno al suo compito il problema si fa forte. Lo diceva uno che certamente integralista non era e cioè Jacques Maritain il quale aggiungeva che il peccato mortale di certo clero del dopo Concilio ha costretto la Chiesa a inginocchiarsi davanti al mondo. Dunque se noi non educhiamo questo popolo avviene la scristianizzazione; se lo educhiamo almeno avviene un dialogo fra due realtà che si debbono confrontare e al limite combattere, perché questa battaglia contro i nemici di Dio fa parte della missione della Chiesa.

 

E la crisi delle vocazioni? E' una conseguenza di tutto ciò?

 

Sì, ma ne è anche la radice. Io che ho conosciuto don Giussani quando avevo 17 anni e sono stato insieme a lui fino a due settimane prima che morisse, vedo tutt'ora la genialità del suo tentativo.

 

Ce lo ricordi.

 

Quando tutto sembrava assicurato a livello culturale, sociale, di considerazione della Chiesa come istituzione da parte del potere di allora, lui ha capito  che la fede o diventa un principio di educazione, cioè si formava un popolo capace e cosciente della propria identità e capace di investire la società di un annuncio reale e concreto, oppure tutto quello che sembrava invincibile si sarebbe spento. Ed è quello che è accaduto di tante forme di cristianità. L'educazione è la condizione per fare recuperare al cristianesimo la sua attualità. La Chiesa, diceva Giovanni XXIII, è madre se diventa maestra ed è maestra se diventa madre. Spezzare il legame tra la presenza cristiana anche nelle sue realtà istituzionali e il compito di educazione del popolo, vuol dire lavorare contro la fede.

 

(Paolo Vites)

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