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CASO ANSALDO/ Sechi: c’è un nuovo terrorismo che si nutre di disperazione

Il luogo dove Roberto Adinolfi è stato colpito (InfoPhoto) Il luogo dove Roberto Adinolfi è stato colpito (InfoPhoto)

La responsabilità dei governi precedenti consiste nell’aver determinato i presupposti perché si rendesse necessario l’intervento di Monti. Non c’è qualcuno che ha avvelenato i pozzi più degli altri. La colpa è generalizzata.

Quali sono le differenze più evidenti rispetto al clima degli anni 70?

Negli Anni di piombo i partiti erano laboratori di idee, attorno ai quali gravitavano riviste, giornali, e che cercavano di aderire, in qualche misura, a tutte le pieghe della società italiana; oggi, invece, non sono in grado di rispondere alle esigenze più elementari dei cittadini. In una fase priva di partiti fortemente progettuali, riferimenti internazionali, o riflessioni culturali in grado di comprendere le ragioni della crisi, il sistema sociale risulta estremamente vulnerabile. Il problema, quindi, è che la domanda politica o viene raccolta e canalizzata o esplode. 

Rispetto al terrorismo degli Anni di piombo, invece, quali sono le principali discrepanze?

Non vedo, per il momento, associazioni terroristiche organizzate come macchine da guerra analogamente agli anni 70; né la stessa euforia ideologica che all’epoca diede ai fenomeni eversivi una grande spinta.

La cosiddetta morte delle ideologie può tutelarci dalla deflagrazione del fenomeno?

Diciamo che può arginare un terrorismo modificato e armato culturalmente. Ma non esclude il sorgere di nuove forme. Fondate, prevalentemente, sull’estremizzazione dell’idea secondo cui la disperazione è tale che non vi sia alternativa al farsi giustizia da sé. Il che, potrebbe rivelarsi ancor più pericoloso.

Perché?

Il terrorismo organizzato può essere più facilmente fronteggiato dagli apparati di repressione e di prevenzione dello Stato. Quello che, invece, nasce a livello di devastazione della psiche e a livello individuale è molto più difficilmente identificabile.  

Questi singoli potrebbero pur sempre organizzarsi.

Certo, prima o poi il senso di disagio trova sempre un ideologo in grado di formalizzare  i contenuti dei fautori della violenza.

Crede che, in tal senso, fenomeni come Beppe Grillo possano alimentare l’odio sociale o nei confronti delle istituzioni?

Grillo, in realtà, riflette sul disfacimento politico dei partiti e il consenso che ottiene dimostra come la gente sia alla ricerca di soluzioni. L’ostilità nei confronti delle istituzioni è anche, in parte, ragionevole; trovo del resto che sia, tutto sommato, una fortuna che Grillo stia istituzionalizzando la contestazione e che la indirizzi nei canali delle elezioni amministrative, adesso, e politiche, in futuro; così facendo, sta sottraendo il dissenso alla logica della lotta armata. 

 

(Paolo Nessi

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