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Cronaca

ROM/ Se la legge del più forte è quella dell'amicizia, non quella di chi spara

La cronaca di questi giorni è culminata con un assurdo omicidio di un ultras del Pescara ad opera di un Rom. Ma la legge del più forte è quella di chi spara? Il commento di FABIO CAPOLLA

Lo stadio di Pescara (Foto: Infophoto)Lo stadio di Pescara (Foto: Infophoto)

Una situazione difficile, di disagio. Storie di violenza, storie di paura. E la cronaca di questi giorni è culminata con un assurdo omicidio. Un rom che spara a un ultras del Pescara calcio. Una frangia del tifo più scalmanato di fronte all’arroganza di persone che vivono secondo la legge del più forte. E il più forte, in questo caso, è stato quello che ha sparato. Disagio sociale, vita quotidiana fatta di lavoro, quando c’è, di tifo per la squadra del cuore e di tempo passato in mezzo alla strada. A far nulla.  Una situazione difficile per chi vive a contatto con queste persone, con chi si è trovato ad avere persone violente, nullafacenti vicine di casa. Famiglie che spesso vivono di espedienti, che sono dedite allo spaccio della droga, coinvolgendo giovani del quartiere, alimentando sentimenti di avversione.

«Pescara è la città più grande d’Abruzzo» ci racconta Massimo Marcucci, direttore del Centro servizi per il volontariato. «I rom fanno parte della realtà cittadina. Sono stanziali, giunti in città sin dagli Anni 40 e 50. C’è stata una politica lungimirante di integrazione». I risultati spesso sono stati buoni, in altri casi, purtroppo, no. «Le istituzioni, sostenute da tante associazioni di volontariato hanno lavorato per un’integrazione effettiva, partendo dall’istruzione scolastica dei più piccoli». I numeri che snocciola Marcucci sono impressionanti: quasi 1.500 rom stanziali. Una vera e propria cittadella nella città. «Di questi la maggior parte è integrata, hanno un lavoro – ci racconta – i figli vanno a scuola. Non ci sono leader assoluti, come accade in altre situazioni, se non quelli che delinquono». Un numero non indifferente appartiene a questa categoria, circa 2-300 persone. «Questi sono molto arroganti, violenti. Sono loro a causare le principali problematiche nel rapporto con la città. I fatti di questi ultimi giorni hanno fatto emergere lo stato di pressione che si respira in città, la microcriminalità che rimane impunita. Si respira uno stato di malessere a cui le istituzioni non riescono a porre rimedio. E a causa di questa situazione non ci si deve stupire se all’ultima manifestazione di piazza non c’erano solo i tifosi a chiedere soluzioni al sindaco ma famiglie normali, stufe di dover vivere in situazioni di paura, spesso di pericolo». Le istituzioni sono in difetto. Chi in questi anni ha cercato di lavorare alla radice del problema sono state proprio le associazioni di volontariato. Persone che hanno guardato negli occhi quei ragazzi rom che chiedevano di essere capiti, compresi e trattati come tutti gli altri. «Sono storie di persone, e come tali le abbiamo prese a cuore. Il problema nel suo complesso è grave, ma ci sono storie importanti, a lieto fine, ci sono storie difficili che cerchiamo di risolvere. Molti rom si integrano, trovano un lavoro, altri hanno difficoltà per colpa della diffidenza della gente. I cognomi che portano sono un biglietto da visita, logicamente negativo, e quindi ottimi padri di famiglia fanno fatica a integrarsi. Basti pensare che in più di un caso c’è chi ha chiesto di poter cambiare il cognome». La discriminazione si porta dietro le sue colpe. «Ci sono giovani che a vent’anni vogliono inserirsi nel mondo del lavoro – dice ancora Massimo Marcucci – dopo essere stati più volte respinti vengono riassorbiti dalla parte guasta della loro etnia e si ritrovano nel mucchio violento».