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SUICIDI IMPRENDITORI/ Il sociologo: i giornali "uccidono" più della crisi

Pubblicazione:venerdì 11 maggio 2012 - Ultimo aggiornamento:sabato 12 maggio 2012, 12.51

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Gli ultimi dati ufficiali resi noti dall’Istat il 5 marzo scorso, relativi all’anno 2010, ci aiutano a fissare le dimensioni del fenomeno e il profilo delle sue principali caratteristiche. In Italia dal 2001 al 2010 si sono registrati circa 3000 suicidi all’anno (con un picco di oltre  3250 nel biennio 2003-2004), a cui va aggiunto un  numero pressoché equivalente di tentati suicidi  che pure denotano condizioni preoccupanti di disagio personale e sociale (Figura 1). Il peso della solitudine e dell’emarginazione sociale su questi comportamenti è evidenziato dal fatto che  il tasso dei suicidi e dei tentati suicidi è più elevato tra gli individui più anziani, gli individui celibi o nubili,  i disoccupati piuttosto che tra i più  giovani, i coniugati, gli occupati. La presenza di un numero elevato di disoccupati e di persone in cerca di occupazione tra coloro che hanno commesso o tentato il suicidio chiede di spostare  l’attenzione sulla parte economicamente e socialmente svantaggiata della popolazione particolarmente esposta ai rischi dell’isolamento e della marginalità sociale.  I dati sulle motivazioni che spingono a gesti disperati mostrano infine che le cause specificamente economiche hanno un peso minoritario (tra il 6-7% del totale), mentre in primo piano vi sono le condizioni di salute problematiche (43%), e i problemi affettivi (17%)  che attengono direttamente al bisogno di legami autentici e durevoli. Anche i suicidi degli imprenditori, messi oggi al centro della comunicazione pubblica, non sono riconducibili principalmente a ragioni economiche ma condividono, al pari di quelli delle altre categorie professionali, l’intera gamma delle motivazioni accertabili.

Dal punto di vista scientifico è oggi prematuro stabilire se la crisi economica farà crescere i  suicidi per ragioni economiche, ma è realistico attendersi che l’aumento della disoccupazione, della instabilità familiare (collegata alle separazioni, ai divorzi, agli abbandoni di fatto), della solitudine degli anziani che vivono nelle grandi città, della secolarizzazione e della perdita di valori “certi” renderà più fragile la coesione sociale che,  secondo una consolidata tradizione di studi sociali, rappresenta il principale  contrappeso  alle correnti suicidogene.

La consapevolezza di questi (prevedibili) andamenti psico-sociali non dovrebbe implicare alcuna rassegnazione, ma rappresentare semmai una ragione in più per intraprendere  – ciascuno secondo le proprie possibilità e responsabilità – azioni (e politiche) preventive  contro ogni forma di solitudine, disperazione, declino.


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