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IL CASO/ Il sociologo: vi spiego perché Beppe Grillo non è un Berlusconi 2.0

Beppe Grillo Beppe Grillo

Vorrei far notare che il “cuore” dell’azione comunicativa di Grillo e del movimento è il “comizio”, cioè il rapporto faccia a faccia, in presenza, a cui il comico genovese sa attribuire un carattere particolarmente coinvolgente ricorrendo in questo certamente al suo mestiere di comunicatore. Usando anche a un linguaggio eccessivo, provocatorio e volutamente offensivo (ma a questo anni di talk show televisivi non ci hanno perfettamente abituato?). Per questo la novità del movimento è la piazza più che Internet e la comunicazione in rete ne è il supporto e l’amplificazione, cioè la dimensione complementare.

 

Perché Grillo ha vietato ai suoi di partecipare ai dibattiti televisivi? Pensa che i suoi interlocutori televisivi e i giornalisti non siano all’altezza o teme che i suoi, intervenendo in tv, non siano all’altezza del mezzo televisivo?

 

Non so cosa pensi Grillo, ma posso immaginare la logica che sta alla base di un simile rifiuto. Innanzitutto alcuni esponenti del movimento, ad esempio i candidati in alcune città, si sono collegati in esterni, nel corso di talk show politici che commentavano i risultati del primo turno delle amministrative, ma non sono intervenuti in studio. Questo per marcare una distanza. La partecipazione in studio, accanto agli esponenti dei partiti diciamo tradizionali, implica l’accettazione di una “collocazione” che assimila gli esponenti del movimento ai politici di professione, riducendo nell’atto stesso di questa partecipazione la diversità e l’alterità del movimento che non vuole essere un partito e che sottolinea continuamente con forza la sua diversità (anche nella ribadita decisione di non “apparentarsi” al secondo turno).

 

Ma c’è anche un motivo più sostanziale e meno simbolico?

 

Chi capisce qualcosa di televisione sa che i talk show politici creano un ambiente relazionale in cui l’ospite non riesce a detenere il controllo della sua comunicazione che è usata solo come una performance teatrale dai conduttori e si dirige quasi sempre verso l’espressione delle opposte faziosità. Grillo, che è uomo di teatro, sa del pericolo di questa riduzione “teatrante” della politica e tiene i suoi alla larga. Più in generale, al di là delle strategie mediatiche di Grillo e del suo movimento, credo che la sua polemica con i media ponga un problema generale di grande importanza: il ruolo dei media come attori di una sfera pubblica in cui le persone possano formarsi ed esprimere una opinione personale sui fini e i mezzi del vivere associato e sui singoli problemi e temi di cui il vivere associato è costituito. Un ruolo che oggi i media troppo spesso non sono in grado di assolvere dignitosamente.

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COMMENTI
12/05/2012 - Caso Beppe Grillo (stefano cereda)

Credo che il prof. Gili abbia saputo, attraverso una lucida, chiara e completa analisi del personaggio Grillo e della sua strategia comunicativa, indicarci quanto questi sia differente dall'uomo, dal politico e dal comunicatore Silvio Berlusconi