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15ENNE SUICIDA/ Chi sono i veri eroi in questa crisi che spinge alla morte?

Pubblicazione:lunedì 14 maggio 2012

Foto: Fotolia Foto: Fotolia

Ci aprono i giornali, le tv e i siti sulla cronaca quotidiana dell’ennesimo suicidio. Questa volta non è toccato all’ennesimo imprenditore, ma ad un ragazzo di 15 anni. È accaduto a Calvenzano, Bergamo. Luca si è dato la morte con un cavetto usb. Se lo è legato al collo e si è lasciato soffocare. Accanto, un biglietto: “Grazie a tutti. Scusate ma non ce la facevo più”. Problemi di scuola, o di cuore, o tutt’e due. Sfrutto a bella posta un cinismo diffuso, perché è cinico ridurre il dramma a leit motiv delle nostre lamentele e insoddisfazioni, sfruttare l’elenco dei morti per accusare lo Stato e la politica, anziché riflettere sulla nostra miseria.

Poco importa che le statistiche ci dicano che ogni anno, più o meno, i suicidi per le più svariate ragioni assommano alle stesse cifre, anche peggio; così quando scopriamo in una stagione che ogni due giorni un cane feroce azzanna un bambino, e ci scordiamo volentieri di tutti i morsi rabbiosi dei mesi precedenti e successivi. Un atto colpevole, della nostra distratta curiosità, e soprattutto dell’informazione, perché una cosa è certa, la depressione e la debolezza si nutrono di emulazione. Il gesto eclatante  va in prima pagina, e trova chi immagina un appagamento almeno  in una pubblicità post mortem. Vedi mai, che davanti al morto qualcuno si prenda carico di moglie e figli, riscatti con la pietà una vita sprecata e sottotono.

Ricordo un tema assegnato in seconda media, dopo una lettura frettolosa de I dolori del giovane Werther. Un gesto eroico, quello dell’innamorato respinto, immortale nel ricordo e nel rimorso dell’amata. A me sembrò la pazzia di un animo debole, malinconico, (e la melancolia era considerata una malattia, allora) e il disprezzo dell’amore e del suo oggetto: non esiste che un vero amante scelga di non vedere più  la sua amata, né che amandola la abbandoni col carico di  un senso di colpa così terribile. Eppure, per due secoli e tutt’oggi ci pare che il rifiuto della vita e dei suoi dolori sia il vanto di uomini coraggiosi e capaci di sfidare il destino. Perché mai? Perché bramano una morte anzitempo? Se è il destino di morte che temono, quello è per tutti, prima o poi. Dunque si fugge la paura, l’ansia, e questa se non è patologia, è debolezza, per non dire viltà.

Ho presente i miei nonni, e possono essere i vecchi che abbiamo appena sfiorato, non abbastanza per lasciarci educare dalla loro autorevole saggezza. Due guerre, una dittatura, la fame, il lavoro veniva pagato in natura, e si lavorava 12 ore. Ingiusto, insopportabile. Qualcuno tornando a casa la sera trovava la casa bombardata, e con i fagotti cercava scampo in campagna; qualcuno decise che valeva la pena lottare, e si spinse sui monti, aspettando una pallottola in fronte; qualcun altro soffrì in silenzio, sopportò tutto, sorretto dall’amore per i propri cari e dalla speranza. 


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COMMENTI
14/05/2012 - Ottimo articolo.. (White Coma)

Fa riflettere molto,perchè descrive maggiormente l'aspetto umano piuttosto che i macabri particolari a cui ci siamo abituati. La nostra è una mentalità distorta,plagiati da una tv-spazzatura..che non lascia spazio alla riflessione. A prescindere dai problemi che uno può avere,si è perso il vero valore della vita..non è rimasta una sola goccia di altruismo. Un lamentio perpetuo..tutto made in Italy..che non porterà mai a niente.