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FUNERALI MELISSA/ Chi di noi può davvero abbracciare i suoi genitori?

Melissa Bassi, foto Facebook Melissa Bassi, foto Facebook

Dicono che abbiamo bisogno di legalità. Sarà vero, ma è anche vero che tutto il discorso sulla mafia (oltre a non fondarsi su alcun elemento provato, finora) sposta il problema lontano da queste domande. Non mi convince parlare a scuola della mafia, come si è fatto ieri: saremmo tutti d’accordo, e dove sono tutti d’accordo sento puzza di liturgia. Di catechismo di Stato. Tutto il castello costruito in questi giorni tende a dire che il nemico è fuori: non siamo stati noi, noi che siamo normali, noi che non siamo la mafia, non siamo terroristi, non siamo balordi, e non rubiamo. E marciamo, ci indigniamo, fiaccoliamo. C’è un nuovo decalogo, pare, che vuole sempre dividere il mondo in bianco e nero, eliminando le scale dei grigi, e il grigiore dell’anima, il suo potenziale esplosivo di male.

Dicono che noi siamo la parte buona. Era il ’74 quando Pasolini scriveva che «i vari casi di criminalità che riempiono apocalitticamente la cronaca dei giornali e la nostra coscienza abbastanza atterrita, non sono casi»: quella volta «un episodio (il massacro di una ragazza al Circeo) ha improvvisamente alleggerito tutte le coscienze e ha fatto tirare un grande respiro di sollievo: perché i colpevoli del massacro erano appunto dei pariolini fascisti». Ma già una trentina di anni prima Elio Vittorini aveva chiarito in Uomini e no che la colpa del male non è del fascismo o del nazifascismo, come questa volta non è della mafia o della follia, bensì dell’uomo, dentro cui abita questa possibilità inestirpabile.

Dicono che serve impegnarsi. Ma «dopo ogni impegno c’è di nuovo / il vuoto, e occorre altro impegno», ci insegna Pasolini. E l’orizzonte che il silenzio sta aprendo, soprattutto, non può limitarsi a quello civile. Rousseau raccontava nell’Emilio di un dialogo tra una donna spartana e un ilota sull’esito di una battaglia: «“I vostri cinque figli sono stati uccisi”. “Vile schiavo, è forse questo che ti ho domandato?”. “Abbiamo riportato vittoria!”. E la madre corre al tempio e rende grazie agli dei. Ecco la cittadina». A me sembra una prospettiva agghiacciante. Ed è quella che sento replicarsi in televisione: ai genitori di Melissa sappiamo solo dire che noi come scuola, come società civile, come Italia, andremo avanti.


COMMENTI
22/05/2012 - Se li abbracciassimo come fa Gesù Cristo? (claudia mazzola)

Guardando ai fatti di questi giorni, mi dicevo che Gesù non può averci detto di essere la Vita se poi muoriamo così brutalmente. Che forse intendeva dire di non guardare al nostro corpo ma all'anima che vivrà in eterno, questa è la Via e la Verità, poi fa male lo stesso...

 
22/05/2012 - Silenzio ineffabile (Marco Claudio Di Buono)

Di fronte alla morte, soprattutto come quella assurda di Melissa, dovremmo essere capaci di rimanere in silenzio, di far emergere attraverso il dolore (ma è impossibile provare un dolore come quello dei suoi genitori) quelle domande che sono nel cuore di ognuno di noi: perché viviamo? Perchè il male, il dolore, la morte? Un filosofo ebreo del Novecento parlava di silenzio ineffabile, direi un silenzio carico di significati. Ma tant'è, siamo sommersi di chiacchiere e anche noi ne facciamo tante per coprire l'angoscia di fronte alla morte, per nascondere la paura, per non parlare veramente della drammaticità della vita (o della morte, sono due facce della stessa medaglia, nasciamo doppi diceva Rilke). Quando leggo il passo del Vangelo della vedova di Naim istintivamente sento un fastidio alle parole di Gesù: come si fa a dire ad una madre che ha perso suo figlio di non piangere? Poi rifletto e mi dico che solo nell'ipotesi che Lui sia Dio hanno senso, solo se Lui abbraccia la mia vita (e la mia morte) tutto ha senso.