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STRAGE DI CAPACI/ Sara, 16 anni: "Chi può rispondere al vuoto che ho dentro?"

Pubblicazione:mercoledì 23 maggio 2012

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (Foto: Infophoto) Giovanni Falcone e Paolo Borsellino (Foto: Infophoto)

A 20 anni dalla strage di Capaci, in Sicilia la disperazione fa più morti della mafia. Non che la piovra sia stata debellata, tutt’altro. Ma anch’essa deve fare i conti con la crisi economica e con una malattia sociale – la precarietà dei sentimenti e dei valori - che diffonde i suoi germi nell’aria, infestando la vita di tutti.

Le cronache delle ultime settimane ci hanno impietosamente mostrato tragedie personali e familiari compiutesi nell’Isola all’ombra di questo obnubilamento della ragione a causa della perdita del lavoro, del senso delle cose, del valore della persona. Non solo mafia, dunque. Ma anche tentazione a cedere allo scoramento, alla rinuncia, al sentimento della negatività del reale. Al tempo stesso disoccupazione a livelli allarmanti, perdita della speranza di avere un lavoro e rinuncia a cercarlo.

In questo deserto di umanità è arrivata l’eco dell’esplosione di Brindisi e del sacrificio della giovane Melissa. E s’è aperta una ferita nel cuore di molti giovani e meno giovani che poco ha a che fare con la rinascita dei comitati antiracket e con le petizioni popolari per l’istituzione nelle scuole dell’ora di Antimafia.

Nel cinismo diffuso, che registra con fastidio la tragedia di Brindisi o il terremoto dell’Emilia, si sono fatti strada una consapevolezza e una domanda. Da un lato – come ha scritto la sedicenneGiulia domenica scorsa in una lettera pubblicata in prima pagina dal quotidiano “La Sicilia” – la percezione della precarietà della vita, della fine di una ingenuità giovanile che rischia di confondere i sogni con la realtà. Dall’altro, un grido del cuore, una domanda struggente che nasce spontanea di fronte al male e al terrore. Sara, una liceale siciliana, l’ha espressa così in un’altra lettera pubblicata dallo stesso quotidiano: “Chi può rispondere al grande vuoto che ho dentro?”.

In queste parole c’è un grido che va raccolto. E’ la domanda di chi ci invita a una nuova resistenza, che prima di essere contro la mafia è – sempre per usare le parole dei giovani - contro una “vita che si trascina”, una “esistenza che si riduce a una triste comparsa”, a un cinismo che riduce tutto al risultato pratico: il voto, i soldi, lo sballo. 


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