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IL CASO/ Caro Galli della Loggia, la "crisi di senso" è dei giornali non dei cattolici

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Julián Carrón, presidente di Cl (InfoPhoto)  Julián Carrón, presidente di Cl (InfoPhoto)

Il professor Galli della Loggia, che conosco e stimo, parla sul Corriere della Sera della “parabola, della crisi d’immagine e di senso in cui è precipitata Comunione e Liberazione”. Una sorta di destino fatale, per chi decide di stare nella storia, di “entrare nella politica, rischiando la tentazione della separatezza o dell’egemonismo”. Cl sarebbe diventata “sempre più autoreferenziale, rappresentando una sorta di maso chiuso cattolico piantato nel mezzo della società italiana”. 

Professore, non è così. Già dalle premesse: se parliamo di  crisi d’immagine di Comunione e Liberazione, non è cosa nuova, e poco preoccupa. Ci sono stati periodi peggiori, quando alle bordate sui giornali seguivano le pietre o le spranghe alle sedi o alle persone. E chi determina l’immagine di un movimento ecclesiale, i giornali? Sono obiettivi, i giornali? Ma sulla crisi di senso devo dissentire, come tanti amici che hanno incontrato Comunione e Liberazione e si sono sentiti accompagnati in esso a seguire Gesù Cristo, nella sua Chiesa. Il senso è chiarissimo, mai messo in dubbio. Il senso è nella certezza che le domande che più ci premono hanno una risposta e un luogo in cui verificarla, sperimentarla. Attraverso una vita di comunità, la preghiera, l’educazione alla fede. 

Naturalmente, la fede si gioca nella vita quotidiana, ha a che fare con le scelte di ogni attimo: il lavoro, la famiglia, la politica. E naturalmente, come ha giustamente osservato nel suo editoriale, il mondo è ostile, e non potrebbe essere altrimenti. Ma nelle scuole, nelle università, nelle imprese, nelle parrocchie, chi appartiene a Comunione e Liberazione si vede, non è sfiorato dall’idea della setta, del “maso chiuso”. Basta girare, chiedere, vedere, non fidarsi di quel che strumentalmente si racconta. 

Poi lei rimprovera a Cl di essere in qualche modo all’origine dei “peccati” di cui si sarebbero macchiati alcuni noti esponenti della gestione del governo lombardo. Perdoni, è un’equivalenza abituale ma errata: innanzitutto un conto sono i peccati, un conto i reati, di cui ad ora attendiamo le prove. Quanto ai peccati, spurgando i fatti da un certo moralismo, che si applica sempre e soltanto ai cristiani, sono responsabilità dei loro diretti autori, nel caso, non dell’ambiente in cui sono stati educati, dei maestri che hanno avuto. Così come sui padri non ricadono le colpe dei figli, e viceversa: c’è la possibilità che nell’azione politica si siano prese strade non in linea con la storia cui si appartiene? C’è la possibilità di aver travisato, anche in buona fede, il pensiero e l’insegnamento di un sacerdote, qual era don Giussani? Se è così, è giusto correggersi, e chiedere perdono. In campo ecclesiale poi, di egemonismo ciellino sono piene le cronache, ma ben povera la realtà, anzi, sono più i sospetti e le prese di distanza, ed è la sorte di molti altri movimenti ecclesiali, nonostante la loro vita pluridecennale e la loro testata fedeltà alla Chiesa.



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