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IMPRENDITORE SUICIDA/ Cos'era la dignità per Pietro Paganelli?

Pubblicazione:domenica 6 maggio 2012 - Ultimo aggiornamento:martedì 8 maggio 2012, 19.03

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«La dignità vale più della vita di un uomo». Dobbiamo immaginarcelo Pietro Paganelli, l’artigiano di 72 anni di Mergellina che venerdì scorso, mentre scrive questo biglietto, dopo aver ricevuto una nuova cartella esattoriale, e già determinato in cuor suo a farla finita con un colpo di pistola alla testa. Un uomo con una vita di lavoro alle spalle, una grande passione per il mare («amava la vita e amava il mare» ha raccontato il nipote Luca), tanta esperienza accanitamente messa insieme negli anni, che alza la bandiera della resa. Dobbiamo immaginarcelo così disperatamente consapevole, così solo con la sua impotenza davanti alla macchina implacabile della burocrazia fiscale, prima di giudicare il contenuto di quelle sue parole. Cos’era la dignità per Pietro Paganelli? Era qualcosa che appartiene a un’Italia che forse non c’è più o che, più probabilmente, nessuno sa che esiste ancora. Era un guardare testa alta la vita fieri del lavoro fatto, della famiglia messa in piedi grazie a quel lavoro, orgoglioso probabilmente di quella scelta di autoimprenditorialità che a 72 anni lo vedeva ancora all’opera e non parcheggiato in qualche forma di pensione. Una dignità messa alla berlina dal percorso penoso che probabilmente lo avrebbe atteso: soldi da chiedere in prestito per pagare quel debito, magari frutto di una svista della burocrazia fiscale, banche che rispondono picche, usurai che bussano come avvoltoi alla porta. Dobbiamo immaginare tutto questo, tutto quello che può essere ribollito nel cuore e nella testa di un uomo con la storia di Pietro Paganelli, prima di giudicare il contenuto di quella frase.

Dobbiamo chiederci quanto Pietro Paganelli sia vittima di un’Italia che ha girato le spalle a quella che era la sua grande ricchezza umana: l’imprenditoria diffusa, vero reticolo di vitalità economica, capitale sociale senza paragoni, simbolo anche di una creatività che permea il paese da nord a sud. Uno stigma si è abbattuto su questa categoria umana, per laureare negli anni l’immagine tutta lustrini e stipendi milionari dei manager arrivati a guidare medie e grandi imprese solo a beneficio degli azionisti e della borsa. Per loro copertine e titoli pieni di ammirazione; per gli altri solo sospetti, e sguardi pieni di invidia e malignità. Ma il manager quando le cose voltano male se ne va con la sua buonuscita milionaria; l’imprenditore invece resta solo con la montagna di problemi caricati sulle spalle.


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COMMENTI
07/05/2012 - Responsabilità (Antonio Servadio)

OK L'articolo. Ma vorrei sapere se la responsabilità di questo gesto disperato vada addossata unicamente all'artigiano. Forse che nessun'altro debba sentirsi dentro almeno un pezzetto di responsabilità? Questa è una società?

 
06/05/2012 - trentamilaeuro (Diego Perna)

Ci vorrebbero amici che quei trentamila euro, te li dessero, magari di nascosto senza fartene accorgere. Oppure bisognerebbe,da ora in poi, fare i manager e avere la grossa buonauscita. Ci stiamo arrivando, nessuno vorrá fare più l'imprenditore, l'artigiano agricoltore o il commerciante, è diventato troppo rischioso e poi o si è ritenuti evasori o falliti. Ma volendo essere seri bisogna dire che la dignità ci é stata data gratis, ma a guardarsi in giro sembra che la dignitá debba essere guadagnata anche a suon di compromessi e la politica degli ultimi anni a questo ci avrebbe voluto fare abituare. Dimenticavo: anche l' amicizia è un dono, forse, anzi il più grande e quando si parla di amicizia , quella vera, forse bisogna guardare a Gesù Cristo, l' unico che ci ha dato la Sua vita, altro che trentamila euro.