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TERREMOTO EMILIA/ Le prof: nella terra di Peppone e don Camillo la scuola non si ferma

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Anche i ragazzi, incapaci di starsene lontani da quello che è il loro mondo, si radunano qui, nelle loro scuole; hanno bisogno di vedere che tutto continua comunque, che i loro insegnanti sono presenti, impegnati con il preside  a gestire gli esami “in emergenza”, sotto una tenda bianca, esattamente come avrebbero fatto nella loro aula fornita di Lim e computer. 

È forse la nostra cultura ancestrale, di stampo agricolo, che ci ha forgiati all’etica del lavoro. Qualcuno ci ha rimproverati, l’indomani del sisma, di anteporre la frenesia della ricostruzione alla tutela della vita. Ebbene, ci permettiamo di sottolineare che è la nostra Costituzione che recita “l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro”. È il lavoro che àncora una famiglia a un territorio, che le permette di sostentarsi, di realizzarsi, di crescere e di fare germogliare il tessuto sociale e umano. 

Un ultimo pensiero ci corre alle chiese, che non ci sono più. Mirandola ne aveva di bellissime, come i paesi limitrofi del resto. Ora sono tutte squarciate, sventrate, violate da quelle scosse che non hanno avuto pietà neppure di loro. Giovannino Guareschi, emiliano verace, ha esemplificato con maestria nei personaggi di Peppone e Don Camillo le due tendenze opposte, ma in fondo in fondo complementari, dell’animo della gente di qui, la terra e il cielo, il profano e il sacro. Il sindaco “rosso”, legato alle necessità concrete della popolazione, non dimentica l’amico parroco perché sa che i valori autentici della vita si fondano nella spiritualità che è in ognuno di noi. 

La ricostruzione delle nostre terre devastate, e delle nostre anime, ha bisogno di tanti Peppone e Don Camillo che insieme guidino la loro gente. Le Chiese devono rinascere accanto ai Municipi, alle fabbriche, alle case, alle scuole.

 

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