Cronaca
martedì 12 giugno 2012
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Sull’ultimo numero della rivista Psychopatology, uno studio Usa mostra che il 10% degli studenti dei Campus hanno ideazioni suicide; sulla rivista Lancet di questo mese uno studio cino-inglese si dilunga sulla prevenzione del suicidio fatta tramite internet. Strano mondo, il nostro: la scienza vuole prevenire il suicidio e sui giornali c’è chi lo acclama come un diritto. Salvo poi trovarlo in casa propria, come avviene in questi giorni in Italia, tra morti per disperazione di imprenditori, disoccupati e studenti; e rendersi conto che il suicidio è terrore, dolore, solitudine… tutto ma non un diritto: un diritto presuppone essere liberi, ma dolore, sofferenza e solitudine ottundono e schiacciano ogni libertà e chi lo compie ne è la vittima.
Fino a ieri il suicidio veniva definito “atto nobile” o “scelta da rispettare”... e in questi giorni quei proclami ora stonano, strappano il cuore, creano imbarazzo: quando si guardano in faccia le persone morte e i loro familiari, certi “diritti” da vivere nella solitudine e nella tanto venerata “autodeterminazione” diventano dei macigni.
I massmedia devono interrogarsi su come sono stati trattati questi temi, risalendo ai tempi in cui parlavano di diritto al suicidio come fosse un diritto tra i tanti, e arrivando a come sono stati trattati in prima pagina sapendo che il suicidio per sue dinamiche interne determina un effetto di emulazione. Al tema suicidio è stato riservato poi pochissimo approfondimento vero, puntando certo l’indice sulla crisi economica, ma pochissimo sulle dinamiche psicologiche della persona-vittima del suicidio, e soprattutto su come prevenirlo. Perché ormai la parola d’ordine è: “Lo vuoi fare? Fallo, basta che non disturbi e segua i criteri corretti”; e quando ci si trova davanti a suicidi veri non si sa più cosa dire.
Ma guardiamole bene le persone che in questi giorni entrano nella statistica dei suicidi: imprenditori, disoccupati, sportivi, giovani. Certo, è da miopi non additare il problema “crisi economica”, ma questo non cancella il problema “solitudine” o “disperazione”. Ci potranno dire che questi suicidi non riscontrano il placet dell’intellighenzia postmodernista, che il suicidio da liberalizzare è quello che passa dalle maglie di un’apposita commissione ben assortita, paritaria e bipartisan…, e che il camice bianco o l’apposita clinica è il posto giusto, mentre i binari di una ferrovia non lo sono; ma davvero accettiamo che qualcuno in maniera illuminata pensi di “saper bene” quello che agli altri conviene anche sul crinale personale e delicato della morte?
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