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ABORTO/ La "194" e quei limiti vecchi di 35 anni

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La stessa Corte europea ha ribadito, infatti, più volte tale posizione, anche per non porsi in diretto scontro con la Corte europea dei diritti dell’uomo che, invece, si è sempre rifiutata di entrare nel merito della questione e dire se all’embrione o al feto spettasse la protezione di cui all’articolo 2 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo concernente il diritto alla vita. Inoltre, nel caso europeo richiamato dal giudice che ha rimesso il caso alla Consulta, la difesa della dignità della vita nella sua fase embrionale non è in competizione con altri diritti (quali il diritto alla vita o alla salute della madre), ma con la possibilità di trarre profitto attraverso l’utilizzazione e distruzione di quella forma di vita primordiale che è l’embrione, competizione impari che non può che vedere il prevalere della dignità sul profitto economico.

Certo è che la “194” dopo trentacinque anni inizia a mostrare tutti i suoi limiti. Forse, prendendo spunto dall’Europa, bisognerebbe riformulare domande ormai sopite nel dibattito pubblico e tornare a ragionare sui valori che sono alla base del nostro stesso ordinamento, anche considerata l’altissima percentuale di medici obiettori di coscienza, segno inequivocabile di una inevasa domanda sulla vita, sul suo inizio e, in ultimo, sul suo significato.

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