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BLOCKUPY/ Quell'ideologia "da accampati" figlia della nostra fragilità

Pubblicazione:venerdì 15 giugno 2012

Le tende dei manifestanti (Foto: Infophoto) Le tende dei manifestanti (Foto: Infophoto)

La notizia come l’abbiamo intercettata sui siti e ritrovata senza molta enfasi sui giornali di oggi è questa: un gruppo di attivisti di Blockupy hanno manifestato a Roma contro la riforma del Lavoro del ministro Fornero. Volevano arrivare a Montecitorio, ci sono stati scontri con la polizia e qualche agente ha pagato con ferite, seppur leggere. Alla fine, in ordine sparso, alcuni manifestanti hanno raggiunto l’obiettivo, limitandosi a un gesto simbolico: hanno preso a pallonate il Palazzo, con palloni che riportavano la scritta “no riforma”. Non voglio qui discutere le ragioni degli attivisti, né dei modi con cui le portano avanti; non so quanto ci sia farina del loro sacco e quanto invece ci sia una regia che li usa strumentalmente. Mi ha colpito invece un particolare che dai tempi in cui questo movimento è nato nelle grandi capitali occidentali è diventato abituale. Non so se ci avete fatto caso, ma a partire dalla occupazione a Zuccotti Park, davanti a Wall Street, la consuetudine dei manifestanti è quella di accamparsi notte e giorno. Anche a Roma la cosa si è ripetuta, e gli attivisti hanno portato le loro tende sotto il maestoso portico del Pantheon. Così quelle piccole tende da campeggio posizionate nel cuore delle metropoli (ne ho viste centinaia piazzate attorno alla capitale di Saint Paul a Londra quest’inverno), sono diventate un po’ un simbolo non solo di rabbia o espressione di un malessere. A volte i particolari sono rivelatori di altro rispetto alle loro ragion d’essere specifiche. In questo caso le tende indicano esplicitamente un’ambizione a occupare quegli spazi che il potere politico e in particolare quello finanziario hanno “occupato” con gli esiti disastrosi che noi tutti stiamo vivendo sulla nostra pelle. Un’ambizione evidentemente velleitaria, perché come quasi tutti i movimenti di contestazione nelle nostre società sono fragilissimi nelle loro ragioni e si reggono su uno spontaneismo destinato a spegnersi con il passare del tempo.

Eppure quelle tende piazzate nel cuore delle città innescano tanti pensieri, che non sono affatto banali. Quelle tende ci ricordano, ad esempio, che la grande crisi che stiamo vivendo si è innescata a partire da un bisogno elementare degli uomini: quello di avere una casa. È su questo bisogno che si è innescata la grande bolla immobiliare americana che ha aperto la voragine in cui quattro anni dopo ancora ci troviamo ad annaspare. 


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