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Cronaca

STATO-MAFIA/ Priore: la trattativa? Basta vedere come andò con Br e Lodo Moro

Il carcere duro fu oggetto della trattativaIl carcere duro fu oggetto della trattativa

Del Lodo Moro. Si trattò di un accordo con il terrorismo mediorientale che prevedeva lo stoccaggio e il transito di armi sul nostro territorio. Prevedeva altresì una sorta di totale acquiescenza di fronte ad attentati che avessero avuto obiettivi statunitensi o israeliani. In cambio, ottenemmo la garanzia che, in Italia, non si sarebbero compiuti attentati a cittadini e beni italiani. Tra le condizioni, si imponeva che nessun personaggio implicato in tali vicende fosse detenuto in carcere. Tutti i presunti terroristi che venivano arrestati, infatti, venivano rilasciati in brevissimo tempo. Si trattò di un vulnus gravissimo all’ordinamento giuridico italiano e all’inderogabilità delle sanzioni e delle pene.

Da cosa dipese un tale atteggiamento?

Le istituzioni italiane, di fronte a questi fenomeni, si sono sempre rivelate estremamente deboli. Ad oggi, non disponiamo ancora di strutture analoghe a quelle di Francia, Gran Bretagna, o Germania. Basti pensare all’espansione delle nostre mafie. Se prima erano dominanti in Sicilia, Campania e Calabria, ora sono riuscite ad inquinare pressoché tutte le Regioni italiane e ad espandersi anche all’estero. Ebbene, di fronte ad ogni attacco, abbiamo sempre traballato. Il compromesso, quindi, può essere dipeso dal timore delle istituzioni di essere completamente sopraffatte.

Perché una tale debolezza?

Le risponderò come rispose un grand commis de l'Etat francese a una giornalista italiana che gli chiedeva perché il terrorismo in Italia. La risposta fu altrettanto secca: "E perché no?". L’Italia non è una democrazie matura, a differenza di Paesi come gli Stati Uniti, la Gran Bretagna o la Francia che lo sono da secoli. Non è nemmeno un regime comunista come quelli dell'Est europeo (eravamo in un tempo anteriore alla caduta del Muro) dove tutte le condotte venivano controllate e sanzionate.

Quali pensa che sia stato il ruolo dei politici e dei militari rimandati a giudizio?

Posso dire soltanto che, in questi casi, così come è stato per il terrorismo internazionale, non fosse pensabile che un esponente delle forze di polizia o di sicurezza potesse agire senza input dalla politica. Per intenderci: è evidente che il Colonnello Stefano Giovannone, (già capocentro del Sismi in Medioriente, morto nel 1985, ndr) quando trattava le varie questioni del Libano e dintorni non lo facesse di sua iniziativa. Egli non faceva altro che seguire i dettami della politica estera nazionale, che per anni è stata nelle mani dell'onorevole Moro. Il quale, d'altronde, quando era sotto sequestro nella "prigione" delle Brigate Rosse chiese più volte l’intervento di Giovannone. Pare, addirittura, che in quel Medioriente, grazie ad organizzazioni mediorientali di somma potenza, stesse per essere organizzata la liberazione del nostro statista.

La tesi secondo cui Scalfaro, eletto nel ’92 alla presidenza della Repubblica, non potesse non sapere è accreditabile?

Non appare credibile che un ministro, fosse esso dell'Interno o della Giustizia, che si assumeva la responsabilità di intraprendere iniziative di tale livello, non avvisasse il Presidente del Consiglio dei Ministri e questi non avvisasse a sua volta il Capo dello Stato.

Com’è possibile che, in più di vent’anni, non si sia ancora fatta chiarezza?

Siamo riusciti a malapena a fare chiarezza sulla strage di Ustica. Non sappiamo come siano andate, esattamente, le cose nel sequestro Moro; non possiamo immaginare che, di fronte ad organizzazioni di una tale potenza come la mafia al suo terzo secolo possa emergere la verità in “soli” 20 anni. Credo, tuttavia, che sia pure con estenuante lentezza stiano emergendo notevoli scoperte sui fatti.

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