Cronaca
martedì 26 giugno 2012
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Insegno da venticinque anni, e l’altro giorno mi è capitato di accompagnare ad un colloquio con gli insegnanti un genitore, accorso angosciato alla telefonata che annunciava la bocciatura del figlio.
I docenti sono concentrati al massimo nel giustificare, numeri alla mano, la loro decisione. Snocciolano cifre e date. Certo il ragazzo si è impegnato, certo è sempre stato educato, assiduo, però...
Si arrabbiano quando il genitore dice che il ragazzo nelle materie-disastro si è sentito abbandonato, lasciato in un angolo. Che fosse vero o no, questa era la sua percezione. L’insegnante dice che non se ne è mai accorta. Il genitore cerca di capire cosa non ha funzionato. Risposte confuse.
Domando allora: scusi, ma lei col ragazzo ha mai parlato? Ha mai parlato una volta? Un paio di secondi di silenzio, clima di sorpresa, poi risposta: se intende io e lui a parte, fuori dalla classe, no.
Questa è una scuola quotatissima ed efficientissima, dove i voti vengono comunicati via internet e arrivano alla precisione del centesimo (sul serio: 4,75 oppure 5,25, non scherzo). Eppure in questa scuola è possibile che un insegnante passi tutto l'anno di scuola, tutti i giorni in classe, e non senta mai l’esigenza di parlare coll’alunno in difficoltà. Mai. Neanche per un centesimo di secondo. In solitaria si mette davanti al computer per comunicare ai genitori i voti alla seconda cifra dopo la virgola. Davanti al ragazzo, mai.
L’episodio è indicativo.
In quale famiglia, gruppo, comunità umana, team produttivo o di ricerca, nei confronti di una persona in difficoltà si attivano chissà quali strategie meno quella di parlare con l’interessato? Le nostra scuole sembrano a volte un mondo a parte.
Senza forse esserne consapevoli, i maestri, gli educatori a cui affidiamo i nostri figli sono scivolati nel ruolo di allenatori anabolizzanti che inculcano dati, e chi più ne inzeppa più è bravo. Che pensano a valutare al centesimo l’orale di un ragazzo. Ma che non hanno neanche la curiosità di capire assieme a lui perché va così male e non apre bocca là in fondo alla classe, né la capacità di motivare il discente con una frase, o con un sorriso a parte. Anche il più crociano dei nostri vecchi insegnanti avrebbe trovato il modo di imbattersi casualmente sulle scale nell'alunno in difficoltà e di chiedergli, magari con tono burbero e dandogli del lei, le ragioni del rendimento scarso, le motivazioni delle difficoltà, aprendo anche solo con due frasi un varco alla comunicazione.
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