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Cronaca

IL CASO/ Susanna, Eleonora, Orazio e quel sottile confine tra bene e male

GIUSEPPE DI FAZIO racconta le storie di Susanna, Eleonora e Orazio, tre ragazzi poco più che ventenni che sono riusciti a risalire dopo essere discesi negli inferi della tossicodipendenza

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Una nostalgia di qualcosa di grande e irraggiungibile. Un vuoto da colmare. Un modo per uscire dal «teatro delle maschere». All’origine della discesa agli inferi della tossicodipendenza non è vero che ci sia solo una volontà di autodistruzione. Di annullamento. C’è anche un desiderio - di novità, di cambiamento, di cose grandi - che si scontra con un amaro presente. Susanna, Eleonora e Orazio insieme superano di poco i 70 anni. Eppure le loro storie di dipendenza dalle “sostanze” sono già così lunghe che ci si potrebbe scrivere un libro. Con un finale a sorpresa. Perché Susanna, Eleonora e Orazio hanno conosciuto l’uscita dal tunnel e oggi possono raccontare quella scintilla che ha fatto scattare l’inversione di marcia.

Hanno sguardi intensi e una autorevolezza che non viene né dall’età, né dagli studi. Susanna ed Eleonora hanno appena il diploma di terza media. Orazio, invece, ha ripreso da poco l’università e spera di fare un giorno l’educatore. Le loro storie raccontate con un linguaggio giovanile e, a tratti gergale, sono un intreccio di dolore e di grazia, di desideri delusi e di incontri che cambiano la vita.

Susanna è nata a Civitanova Marche 26 anni fa. «Ma già a 13 anni – racconta - ho cominciato a far uso di droghe. Sentivo dentro la nostalgia di qualcosa di grande. Avvertivo un vuoto dentro di me che cercavo di riempire con sostanze di tutti i tipi. Eppure c’era sempre in me una mancanza». «Con la droga - incalza Eleonora, 19 anni, di Macerata - pensavo di colmare una voragine». «Farsi» è il verbo che queste ragazze ripetono di più: usare sostanze stupefacenti era il modo per superare se stesse, per raggiungere nella vita prestazioni sempre più grandi. Ma quel «farsi» è anche l’ammissione di una solitudine, è l’emblema della condizione dei ragazzi di oggi: mi costruisco da me, devo cavarmela da solo.

«Il mio desiderio – prosegue Eleonora – era di avere qualcuno vicino che mi facesse sentire che ero voluta, ma lo volevo a modo mio. E di fronte alla difficoltà di trovare la soddisfazione duratura del mio desiderio si faceva strada la consapevolezza del mio nulla e la voglia quasi di scomparire».

C’è una canzone della band catanese dei Bidiel che descrive bene questa situazione tipica di tanti giovani: «Sono un errore - recita il testo - Sono un’ossessione cieca/ Non concedetemi pietà/ Faccio paura/ Sono cibo per i cani/ Non ricordatevi di me».

«Anch’io - commenta Orazio, 26 anni, catanese, che per anni ha suonato in una band - mi sentivo sbagliato, non ero parte di questo mondo, e non riuscivo a dire ‘io’ nelle cose». «La realtà - prosegue Orazio - sembrava che mi tradisse e io stesso ero un teatro di maschere: la mia personalità era scissa in varie parti, usavo una faccia per ogni circostanza. Avevo il desiderio di essere vero, ma questo mi sembrava impossibile, e, anzi, mi rendeva la vita complicata: la droga mi è apparsa allora la via per evitare questo dramma quotidiano».

Per Susanna, Eleonora e Orazio la strada della tossicodipendenza è stato un percorso di autodistruzione, una ricerca di annientamento. «Vivevo la mia vita - racconta l’universitario catanese - rasentando i muri. La droga era la mia anestesia, non c’era sera che non andassi a dormire ‘strafatto’».

Il punto è capire come quell’inoltrarsi nel tunnel oscuro della droga a un tratto abbia conosciuto una inversione di marcia che ha portato oggi Susanna ed Eleonora a un percorso in una comunità di recupero e Orazio a una nuova vita ricca della voglia di tornare al lavoro e all’impegno con lo studio universitario.

Susanna ha conosciuto i Sert e le comunità di recupero ma niente sembrava convincerla a mutare direzione. Fino a che s’è trovata davanti soltanto operatori che mettevano al primo posto regole, tecniche e protocolli ha rifiutato ogni tipo di aiuto. Poi, l’incontro a Pesaro con una comunità sui generis, “L’imprevisto” di Silvio Cattarina: lì ha avvertito qualcosa che l’ha colpita. «Per la prima volta in vita mia – racconta – mi sono sentita abbracciata con tutta la mia umanità. Ho avvertito su di me uno sguardo che mi accoglieva per quello che ero veramente». In altre parole, s’è vista trattata non come un problema da risolvere, ma come una persona da accogliere e ascoltare. «Attraverso lo sguardo dei mie educatori ho recuperato - racconta - un motivo per vivere e una amicizia. Da quel momento la vita aveva una direzione, un compito. Cominciavo a capire che fare della mia esistenza».