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IL CASO/ Quel segreto che risuona ancora forte nelle celle del carcere di Padova

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La visita dell’Associazione Santa Lucia è durata poco più di due ore. C’è stato tempo per ripercorrere la storia di questi anni (tutto è iniziato nell’86), per rivedere le immagini dei carcerati al Meeting di Rimini, per ascoltare un carcerato, l'albanese Bledar, ricordare commosso la tragedia di Melissa e dei morti per il recente terremoto, per vedere le fotografie degli orfani ugandesi che alcuni carcerati hanno voluto adottare a distanza, pagando loro assistenza, educazione, medicine. Assicurandogli, insomma, un presente ed un futuro. Al termine le facce dei "visitatori" sono concentrate, autenticamente stupite, tra cancelli che si chiudono e serrature che scattano.

Clodovaldo Ruffato, presidente del Consiglio Regionale prende sottobraccio Graziano Debellini, presidente della Santa Lucia e gli sussurra “Queste cose non accadono solo per sforzo delle persone, c’è qualcosa di più...”. Qualcosa come un segreto. “Nulla di così nascosto”, dice Nicola Boscoletto, che della Giotto è promotore, “All’inizio c’è stato un grande amico che ha messo in moto tutte le cose. Si chiamava Luigi Giussani e diceva che tutto viene mosso da una misericordia più grande di ogni colpa o di ogni limite. Un insegnamento che vale per tutti, per chi è dentro e per chi è fuori”. E forse è proprio questo il segreto di quella vita che, nonostante le apparenze, batte forte tra le mura del Due Palazzi.

 

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