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TERREMOTO/ Meglio la protezione civile "illuminata" o "liberale"?

Una chiesa crollata (Foto: Infophoto) Una chiesa crollata (Foto: Infophoto)

Leggendo, guardando e ascoltando  il diluvio di cronache, radiocronache e telecronache inutili, imprecise e casuali, che dalle zone terremotate dell’Emilia ci vengono in questi giorni versate addosso da cronisti impreparati e mal guidati, sono giunto ancora una volta  alla mesta conclusione che se non vivessimo in un tempo incapace di memoria e di riflessione già solo per questo le conseguenze delle catastrofi diventerebbero meno gravi di quanto oggi siano. Ebbi occasione di partecipare in vari ruoli al soccorso e alla fase di emergenza di tre terremoti (Friuli, 1976; Irpinia, 1981; Haiti,2010). Perciò conosco un po’ la materia anche per esperienza personale, peraltro come tantissimi altri. Per chi ha un’esperienza come la mia ciò che sorprende innanzitutto è che ogni volta si riparte da zero con le stesse osservazioni scontate, con gli stessi luoghi comuni e troppe volte rifacendo gli stessi errori. Dopo un grande terremoto le istituzioni e le organizzazioni che sono intervenute nella fase di primo soccorso e di emergenza dovrebbero analizzare minutamente tutto quanto è accaduto e tutto quanto si è fatto e prenderne spunto per aggiornare criteri e affinare ei procedure e strumenti. E’ invece evidente da quanto si vede che ciò non accade mai, ovvero mai adeguatamente. Quindi ogni volta gli equivoci e gli errori si ripetono. La conseguenza grave più recente di tale lacuna sono gli errori compiuti nel caso del terremoto dell’Aquila quando – diversamente da ciò che vari esperti suggerirono invano – si spese troppo negli alloggi provvisori e si puntò sull’allontanamento della popolazione dal centro urbano invece di dare la priorità al ripristino di quest’ultimo anche a costo di chiedere ai suoi abitanti di accettare soluzioni provvisorie più spartane. Così si disarticolò la struttura socio-economica della città, il che in fin dei conti le causò danni più gravi di quelli che il sisma aveva provocato ai suoi edifici.

Una catastrofe cosiddetta naturale è l’esito dell’impatto tra un’esplosione di energia forte e poco frequente da un lato, e dall’altro un certo grado di qualità tecnica e di organizzazione sociale della popolazione umana interessata all’evento. Questa ormai classica definizione resta per ora insuperata. Tanto per fare un esempio lontano dalla cronaca di questi giorni, una mareggiata della medesima intensità provoca: nei Paesi Bassi un flusso verso le dighe costiere di turisti interessati a godersene lo spettacolo; nel Bangladesh invece la strage di migliaia di famiglie di poverissimi che vivono in tuguri costruiti nelle zone golenali del grande delta fluviale non governato di cui consistono le sue regioni litoranee.