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TERREMOTO/ Meglio la protezione civile "illuminata" o "liberale"?

Pubblicazione:domenica 3 giugno 2012

Una chiesa crollata (Foto: Infophoto) Una chiesa crollata (Foto: Infophoto)

Si apprende che nelle zone terremotate dell’Emilia si moltiplica il numero di coloro che rifiutano di venire concentrati nelle tendopoli preferendo invece pernottare in tende montate nei pressi della casa pericolante o più spesso abitabile ma nella quale non si sentono ancora di fare stabilmente ritorno. Questa è un’ottima notizia: significa infatti che questa gente non desidera essere “gestita”, ma vuole restare padrona in casa propria e protagonista della ricostruzione della propria terra. L’episodio mi ha fatto tornare alla memoria una vicenda cui anch’io tra molti diedi un contributo nel Friuli colpito dai terremoti del 1976, dove soccorritori che avevano alle spalle esperienze di sinistra del ’68 puntavano ovunque possibile a trasferire i terremotati in tendopoli, mentre quelli che la pensavano come me sostenevano che ovunque possibile li si dovevano aiutare a restare nei pressi delle loro case, agibili o inagibili che fossero. Mentre infatti il trasferimento in tendopoli ne faceva tendenzialmente delle persone spaesate e dipendenti da chi le organizzava, il loro restare nei pressi della casa dove sino ad allora avevano vissuto non provocava lacerazioni del tessuto sociale e quindi anche mitigava le lacerazioni comunque subite dal tessuto economico. Perciò lanciammo una campagna di prestito gratuito di roulottes da famiglia a famiglia. Con la nostra assistenza e garanzia centinaia di famiglie di altre regioni d’Italia prestarono le loro roulottes a famiglie friulane terremotate alle quali inoltre vennero forniti box-magazzini prefabbricati metallici chiudibili a chiave ove riporre beni di valore via via ricuperati dalla casa inabitabile o comunque inabitata. Non so dire se oggi le roulottes disponibili siano in Italia numerose come erano allora, o se piuttosto oggi siano più numerosi i camper.

Adesso magari la soluzione tecnica potrebbe essere diversa, ma il criterio ispiratore dell’operazione è sempre valido. La scelta per una priorità o per l’altra non è secondaria poiché è in effetti il riflesso di due opposte “filosofie” in tema di protezione civile, una di matrice “illuminata” autoritaria e l’altra ispirata al principio di libertà e quindi di sussidiarietà. Secondo la prima la popolazione colpita da una catastrofe naturale è perciò stesso regredita in massa alla condizione di infante. E infatti non a caso ci si precipita innanzitutto a nutrirla, il che spesso è non solo inutile ma dannoso dal momento che provoca il collasso anche dei negozi di generi alimentari e dei bar sopravvissuti alla catastrofe, che invece sarebbero così importanti come primi luoghi di riaggregazione sociale. Poi ci si mette a cercare di allontanarla da dove abitava perché in sostanza… disturba l’opera illuminata dei soccorritori e di coloro che, venuti da fuori per “mettere in sicurezza” gli edifici, preferirebbero farlo come meglio credono senza doversi consultare con gli abitanti.

Secondo invece la seconda di queste “filosofie” il titolare del diritto di riabitare e ricostruire è il terremotato stesso; e ogni cosa si deve fare con lui e secondo lui, e non per lui ed eventualmente suo malgrado.  Non c’è spazio per dettagliare,  ma chiunque non fatica a immaginare che dall’uno o dall’altro di questi criteri di fondo derivano a cascata due modi del tutto diversi di fare protezione civile.


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