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TERREMOTO/ Meglio la protezione civile "illuminata" o "liberale"?

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Una chiesa crollata (Foto: Infophoto)  Una chiesa crollata (Foto: Infophoto)

Venendo al caso del rischio sismico, se una zona sismica storicamente è abitata significa che deve essere abitata, deve essere coltivata, deve essere sede di attività produttive. La soluzione non è quella di andarsene da un’altra parte. Perciò non solo adesso ma anche nel passato l’uomo ha sempre sviluppato tecniche edilizie antismiche proporzionate alle caratteristiche degli edifici che in ogni momento era capace di costruire: gli archi che collegano tra loro gli edifici in tanti antichi villaggi in pietra situati in zone sismiche ne sono una testimonianza visibile a tutti.  Tanto più oggi trasferendo modelli e formule tecniche dall’ingegneria navale a quella edilizia si può giungere ad edificare costruzioni perfettamente antisismiche. Al massimo di un sisma c’è un momento in cui il terreno è come se fosse liquido. E  che cosa è una nave se non un edificio che sta stabilmente in condizioni di massima sismicità? Il problema dunque non è tecnico bensì culturale, economico, politico. Come dimostrò il caso dei terremoti del 1976 in Friuli, una ricostruzione gestita all’insegna della libertà, e di quella che oggi abbiamo imparato a chiamare sussidiarietà, può paradossalmente diventare un grande volano di ulteriore sviluppo e crescita umana. E’ ciò che dobbiamo augurarci ma anche volere per le zone dell’Emilia colpite da questo terremoto. E anche per il lembo di Lombardia pure pesantemente colpito, che però non riesce a fare notizia per una fortuna che ha avuto nella disgrazia: quella di avere avuto danni materiali ma (per sua buona sorte) non vittime umane.



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