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TERREMOTO EMILIA/ Cosa aspetta lo Stato a favorire chi si è già rimesso all'opera?

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È questo che stupisce girando per l’Emilia massacrata, che si rimette in moto il giorno dopo: un movimento che unisce emiliani, campani, africani, cinesi, cubani nelle tendopoli, per quell’energia che viene da lontano (lo si sappia o meno), che viene dai rimasugli di grandi ideali, cattolici, comunisti, liberali. Quell’energia che spinge gli alluvionati della Liguria, i terremotati dell’Aquila o quelli del Friuli a dire: “Siamo qui. Possiamo aiutarvi?”. Ma fino a quando potremo contare sui rimasugli? Quanto può durare l’onda lunga di un ideale, quell’ideale che, dietro e sotto culture e tradizioni anche contrastanti, ha fatto l’Italia del dopoguerra? Quell’ideale che, consapevolmente o meno, poggiava sulla pietra di costruzione che ci è propria, la prima risorsa nazionale, che si chiama relazione umana. Le ideologie crollano: la relazione tra persone è la nostra forza.

Si può credere nelle istituzioni solo se si crede in qualcuno. La nostra nazione è in pericolo, non meno di quando, nel 1996, don Luigi Giussani chiese di pregare per lei, ricordandoci, in quell’occasione, che “un popolo nasce da un avvenimento, si costituisce come realtà che vuole affermarsi in difesa della sua tipica vita contro chi la minaccia. Immaginiamo due famiglie su palafitte in mezzo a un fiume che si ingrossa. L’unità di queste due famiglie, e poi di cinque, di dieci famiglie, man mano che si ingrossa la generazione, è una lotta per la sopravvivenza e, ultimamente, una lotta per affermare la vita. Senza volerlo, affermano un ideale che è la vita. Così la gente che dice di riferirsi a un popolo reputa inesorabilmente positiva la vita”.

Questa è l’urgenza e la speranza: vedere gente così. Inesorabilmente positiva perché e finché il popolo esiste. E questo è un avvenimento che i terremotati (noi) non possono non attendere. E riconoscere. E favorire. In ogni modo.

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