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IL CASO/ Il maestro D'Orta: affidarsi alla Chiesa è l'unica speranza di Napoli

Pubblicazione:mercoledì 11 luglio 2012

Foto: InfoPhoto Foto: InfoPhoto

Mentre Marcello D'Orta, autore del famoso libro Io speriamo che me la cavo, sta parlando, si sente dietro a lui il suono di alcune campane. "Le sente le campane?" dice. "Neanche a farlo apposta mi trovo in un convento, sono venuto a trovare mio figlio che è frate". D'Orta, con la sua simpatica parlantina tipicamente napoletana, non ha dubbi al proposito: "Di fronte all'assenza dello Stato, di fronte a famiglie che dello Stato non si fidano minimamente preferendo rivolgersi alla camorra, la Chiesa è l'unica alternativa che offra speranza". Un paio di anni fa, in un quartiere napoletano, alcune famiglie non volendo nella scuola frequentata dai loro figli i bambini rom provenienti da un vicino campo, si rivolsero alla camorra per farli allontanare. Il risultato fu che il campo rom venne dato alle fiamme. Adesso, due anni dopo, diciotto appartenenti a un clan camorristico sono stati arrestati per quel fatto. "Napoli  è una città soffocata dalla camorra: questo episodio dimostra quanto essa abbia preso il posto dello Stato".

Che tipo di quartiere è quello di via Gianturco a Napoli dove si trova il campo rom dato alle fiamme nel 2010?

E' un quartiere periferico, quindi lo scenario già si presenta da solo. Come tutte le periferie delle grandi metropoli anche qui si vivono le medesime problematiche.  

E' eccessivo parlare di zona di povertà?

No, non è eccessivo. In realtà non è il massimo del degrado né della miseria, però certamente non è un quartiere residenziale. Il tipico quartiere di periferia in situazione molto difficile.

Che giudizio dà di questo episodio?

Il problema principale di questo fatto non è nel pur gravissimo episodio in sé, ma che ci sia rivolti alla camorra.

Non è un problema di razzismo, dunque, o almeno non solo.

Non è un problema di razzismo perché Napoli è sempre stata, e lo è ancora, molto tollerante. Questa è piuttosto una guerra fra poveri e non fra razze diverse. Questi ragazzi rom portavano un'altra mentalità, magari arrivavano anche più sporchi degli altri in classe. Però conosco Napoli e posso dire che non è una città di razzisti.

Di fatto, ovunque e non solo a Napoli, i rom sono identificati sempre come il pericolo.

Sì, ma fino a un certo punto. Siamo onesti, se no facciamo ipocrisie. Chiunque di noi quando vede uno zingaro sta sulle difensive, con tutta la letteratura che li riguarda e che li descrive in un certo modo stiamo sempre sul chi va là come se potesse succedere qualunque cosa in qualunque momento. Ma come dicevo prima, qua il fatto grave, il vero problema, è stato rivolgersi alla camorra.

Affrontiamo allora questo aspetto.

Ci si è rivolti al nemico, non all'amico. Napoli è una città stretta nella morsa della camorra, la camorra è la nostra principale nemica. Le attività commerciali non decollano per la camorra, tutto passa da loro, anche la festa patronale. Quando ci si rivolge a loro è un paradosso e una beffa. Ci si rivolge a chi ti sta facendo del male. Una volta a Napoli c'era la figura del guappo, che io ho conosciuto negli anni 50. Non era uno che taglieggiava il commerciante, non metteva il pizzo oppure la bomba sotto al negozio, quello che fa invece la camorra. Era una persona che si era arrogato il diritto di fare il Robin Hood del quartiere e  tutti dovevano passare per lui, onorarlo. Si racconta che i guappi sul tram non pagavano il biglietto. A lui ad esempio ci si rivolgeva se una ragazza rimaneva incinta e il giovane non voleva sposarla: ci pensava lui a farli sposare.


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