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IL CASO/ Un padre non è mai padrone di suo figlio. Neanche a Disney World

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Come se il fatto di essere genitori automaticamente, meccanicamente coincida con l’amore per i propri figli. Nient’affatto. Esistono anche padri − in cattiva compagnia con alcune madri che non sono da meno − che odiano i propri figli, che sono sadici con loro, che tra l’altro possono essere capaci di camuffare il sadismo con un afflato educativo, dai tratti anche mielosi.

Se da una parte allora dobbiamo evitare quegli estremismi che rendono la giustizia invadente e intrusiva fino a livelli preoccupanti per le conseguenze sociali e personali che possono arrecare, dall’altra sarebbe un grave errore considerare le questioni fra genitori e figli come extraterritoriali, in quanto anch’esse, per loro fortuna, si attuano in un campo normato. Il diritto è un aiuto per l’uomo, interviene in difesa del soggetto, ne prende le sue parti quando ve n’è bisogno, a qualsiasi età. Semmai si tratta di distinguere quando, in che circostanze, per quale frequenza e intensità di atti debba scattare il bisogno di aiuto e la necessità di una difesa d’ufficio.

Che educazione non coincida con botte è però fuori discussione. Basterebbe il fatto che i grandi, normalmente, non regolano le loro questioni mettendosi le mani addosso. Parlano, discutono, litigano, piuttosto si rivolgono a un giudice. Perché mai, allora, dovremmo usarlo come metodo con un piccolo? 

Perché è indifeso e incapace di reagire? Sarebbe solo un caso di supremazia muscolare. 

Perché impari davvero cos’è l’autorità? Chiediamoci che idea abbiamo di autorità, nel caso. Perché non è in grado di capire altre modalità? Allora vuol dire che proprio non lo abbiamo mai visto in azione.

Non facciamo una tragedia se, spazientiti, in qualche rara occasione scappa uno scappellotto; segnalerà a noi, al bimbo e a chi ci guarda che non siamo stati capaci di risolvere la situazione in altro modo e l’abbiamo chiusa così, senza una reale soluzione. Si troverà certo il modo di recuperare e rilanciare il rapporto con forme più soddisfacenti per tutti. Nessuna criminalizzazione, quindi, di genitori occasionalmente in difficoltà nel sapersi regolare con un minore. Basta che non spacciamo per atto educativo ciò che in realtà è per lo più dettato dal perdere la pazienza e il controllo.

Non esimiamoci dal cercare in ogni circostanza una modalità di intervento non solo più rispettosa, ma più corrispondente alla natura del bambino che mai si aspetta da noi male e dolore, piuttosto sostegno e incoraggiamento. Anche correzione quando serve, ma sempre senza umiliazione. 

 



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COMMENTI
11/07/2012 - commento (giuseppina danese)

E' così raro trovare parole così semplici e coraggiose come quelle di quest'articolo, che mi sono commossa. Nella sensibilità comune, oggi più di ieri, il padre e la madre sono come dei, ingiudicabili, detentori di un potere assoluto che deriva loro dall'aver generato, convinti di essere stati loro a dare la vita, perciò "ti ho fatto io, tu sei mio, e nessuno può giudicare quello che faccio". Ma rimanere incinta o inseminare una donna, non rende immediatamente quell'uomo o quella donna madre e padre, persone cioè capaci di riconoscere nel figlio l'altro da sé, un essere umano chiamato alla vita da Dio stesso e consegnato ai genitori perché lo allevino nell'amore e nel rispetto di sé e degli altri. Ci vuole molta umiltà per diventare genitori, e soprattutto il coraggio di gurdare in noi stessi per migliorarci.

 
11/07/2012 - sono d'accordo, ma cosa fanno i Grandi? (Massimo Vignati)

E' un articolo pienamente condivisibile, umano, educativo. Per favore, che diventi un appello dove si decide cosa fare in Libia, in Siria, dove si decide lo spread. Purtroppo gli adulti o i Grandi ci fanno vedere ogni giorni che i loro metodi sono ben diversi e con effetti molto più disastrosi di un calcio nel sedere.