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Cronaca

J'ACCUSE/ Fini vuole usare i nostri soldi per far riconoscere le coppie gay

La deputata Pd Paola Concia ha chiesto l’estensione dell’assistenza sanitaria riconosciuta ai parlamentari e ai loro coniugi alla compagna sposata un anno fa. Ne parliamo con ALBERTO GAMBINO

Anna Paola Concia (InfoPhoto)Anna Paola Concia (InfoPhoto)

La miccia l’ha accesa la deputata Pd, Paola Concia – da sempre paladina dei diritti degli omosessuali – che ha chiesto l’estensione dell’assistenza sanitaria riconosciuta ai parlamentari e ai loro coniugi, figli e conviventi, alla compagna Ricarda Trautmann sposata quasi un anno fa in Germania. La bomba l’ha fatta esplodere il presidente Gianfranco Fini sostenendo pubblicamente tale richiesta e assicurando altresì che l’ufficio di presidenza della Camera, prontamente sollecitato, si pronunci sulla questione entro la fine della legislatura corrente. Sull’impatto che un’eventuale estensione di tale assistenza anche ai conviventi dello stesso sesso potrebbe avere sul piano culturale e legislativo, IlSussidiario.net ha intervistato Alberto Gambino, ordinario di Diritto privato nell’Università Europea di Roma. Un approfondimento fatto anche alla luce della riflessione su famiglia tradizionale e nuove convivenze senza matrimonio che, a cinque anni dal Family Day, si sta svolgendo da venerdì 13 a domenica 15 luglio a Subiaco, per iniziativa della Fondazione Sublacense Vita e Famiglia.

Professore, la legge rende possibile estendere anche ai compagni dello stesso sesso i diritti riconosciuti dal Regolamento di Montecitorio ai conviventi dei deputati?

No, la legge non prevede alcuna estensione dei diritti ai compagni dello stesso sesso. Anche l’estensione dell’assistenza sanitaria integrativa ai conviventi è una scelta dell’ufficio di presidenza, mentre non esiste una disposizione di legge generale. Esistono piuttosto alcuni orientamenti giurisprudenziali che hanno esteso alle convivenze more uxorio alcuni diritti coniugali. Da ultimo una sentenza della Cassazione ha chiesto di estenderli anche ai conviventi dello stesso sesso.

È possibile che un organismo come l’Ufficio di Presidenza della Camera possa decidere su un tema come questo?

Tecnicamente è possibile in quanto si tratta di una voce della cosiddetta indennità parlamentare, cioè lo stipendio dei deputati, da cui possono essere dedotti alcuni importi come, ad esempio, le ritenute per l’assistenza integrativa. Fissato perciò per legge l’importo massimo complessivo, è poi l’ufficio di presidenza che regola il trattamento economico dei parlamentari.

Si è molto parlato dei privilegi della Casta: il servizio sanitario della Camera, che ha un costo molto alto, è, secondo lei, uno di questi privilegi?

Certamente è un privilegio, perché per quanto la ritenuta per l’assistenza sanitaria venga scalata dallo stipendio, certamente contribuisce alla definizione dello stipendio netto che deve restare congruo. Mentre i comuni cittadini quando stipulano un’assicurazione integrativa non hanno alcuna garanzia che il loro stipendio rimanga congruo, anzi effettuano una scelta dispendiosa per ottenere servizi e prestazioni sanitarie con modalità più comode e meno lunghe di quanto lo Stato garantirebbe.

Quindi si estende un privilegio per perseguire una “battaglia ideologica”?

Sì, è proprio così. Si estende un privilegio che già appare inconferente per i parlamentari stessi: perché non stipulano privatamente la loro assicurazione integrativa anziché gravare sulle tasche dei contribuenti? Poi, già tale privilegio si estende al coniuge, ancora al compagno convivente: ora si vorrebbe anche al convivente dello stesso sesso. E allora perché non estenderlo anche ai fratelli e alle sorelle conviventi, o ai genitori anziani che magari ne hanno più bisogno? È evidente l’intento ideologico di dare rilevanza pubblica – che si realizzerebbe appunto con l’utilizzo di soldi dello Stato – ai vincoli affettivo-sentimentali di tipo omosessuale.

Come sarebbe più razionale secondo lei che funzionasse la sanità interna della Camera?