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IL CASO/ Perché la Turchia non vuole il monastero cristiano del Tur Abdin?

Pubblicazione:lunedì 16 luglio 2012

Una manifestazione in Turchia (Foto: Infophoto) Una manifestazione in Turchia (Foto: Infophoto)

«La zona in cui sorge Mor Gabriel» spiega Eid «era storicamente popolata da una popolazione siriaca ma in mezzo a un mosaico di altre etnie. Già il nome stesso, Tur Abdin, è un nome siriano, a testimonianza di questa antica presenza che contava ancora fino alla metà degli anni 60 del secolo scorso circa 180mila fedeli. Ma con gli accordi di Losanna del 1923 la popolazione siriaca che occupava quella fascia di territorio non è stata tutelata. Questi accordi, infatti, riconoscevano la personalità giuridica a tre minoranze: la comunità armena, quella greco ortodossa e la comunità ebraica. Mentre alle altre comunità cristiane, tra cui quella siro-ortodossa no». 

I siro-ortodossi, in assenza di tutele, sono stati costretti così ad un forte esodo verso l’occidente, Svezia e America in particolare. Quanto alla presenza cristiana in Turchia è noto come essa sia stata più volte messa a repentaglio in passato: «tra un paio d’anni si celebra il centenario del genocidio armeno, la minoranza che rappresentava circa il 20 percento dell’attuale popolazione della Turchia e che è stata costretta all’esodo oppure massacrata». L’altra realtà presente con una certa consistenza, ma anch’essa oggi decimata, è quella greco ortodossa, «costretta in base a un accordo tra Grecia e Turchia ad uno scambio di popolazione».

Qualche commentatore ha ipotizzato una colorazione politica della sentenza di Ankara, con la regia occulta del premier Recep Tayyip Erdogan sullo sfondo della vicende della rivoluzione siriana. È noto infatti l’appoggio di Erdogan ai ribelli del regime di Assad. «Non vorrei» commenta Eid «che un avallo politico alla sentenza possa nascondere l’intento di mettere a tacere le tribù curde adesso che la Siria preme sul versante meridionale della Turchia». In definitiva, secondo Eid, si tratta di una sentenza che «contrasta con la diplomazia del dialogo degli ultimi anni: basti pensare per esempio al recente viaggio di Papa Benedetto XVI in Turchia». 

Mentre sempre in merito alle supposizioni di chi vede un avallo politico del governo alla sentenza, è netto il giudizio di un altro osservatore del Medio Oriente, il gesuita italiano padre Paolo Dall’Oglio, recentemente costretto ad abbandonare la Siria che dice: «la notizia è di per se motivo di sofferenza. C’è da auspicare che risulti in definitiva infondata. Erdogan è un uomo conosciuto per il suo desiderio di composizione, di pacificazione con i curdi e di rispetto per le minoranze cristiane in Turchia. Ed è stato anche l’uomo del tentativo di riconciliazione con gli armeni. Speriamo semplicemente che Erdogan possa agire per ristabilire la giustizia».

 



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