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NAPOLITANO INTERCETTATO/ Quella volta che al telefono c'era Scalfaro…

Pubblicazione:domenica 22 luglio 2012

Oscar Luigi Scalfaro con Giorgio Napolitano (InfoPhoto) Oscar Luigi Scalfaro con Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

Si tratta, comunque, di un’impostazione che già era stata seguita nella risposta del 7 marzo 1997 dell’allora ministro della Giustizia Giovanni Maria Flick ad alcune interpellanze parlamentari riguardanti l’intercettazione di un colloquio telefonico tra l’allora amministratore delegato della Banca Popolare di Novara e il Presidente della Repubblica Scalfaro, aventi ad oggetto l’assetto della dirigenza dell’Istituto di credito. In particolare, il senatore Cossiga aveva presentato un’interpellanza al ministro (28 febbraio 1997) nella quale chiedeva se intercettare le telefonate cui partecipi il Capo dello Stato, trascriverle in un verbale e depositarne la trascrizione, fosse conforme ai principi costituzionali o violasse la “guarentigia delle inviolabilità” del Presidente. Giova riportare alcuni passi della risposta del Ministro Flick: “le esigenze delle indagini” cedono il passo alle prerogative costituzionali del Presidente della Repubblica, che “richiedono una libertà di determinazione e di comunicazione inconciliabile con qualsiasi forma intrusiva di acquisizione della prova”, anche con riguardo alle “intercettazioni indirette”, non potendo “essere rimessa al sindacato successivo dell’autorità giudiziaria” la “distinzione tra atti riconducibili all’esercizio delle funzioni e atti estranei a tale esercizio”. Altrimenti, sarebbe affidata alla magistratura “una valutazione … sugli atti riferibili al profilo funzionale dell’attività del Capo dello Stato” nonostante il nostro ordinamento ne preveda la “totale irresponsabilità”. Flick richiamava proprio l’art. 7 della legge n. 219 del 1989, ricavandone, “a fortiori”, una tutela piena del Capo dello Stato non solo in rapporto ad ipotesi di reati comuni ma anche “rispetto a qualsiasi fatto penalmente irrilevante”. Ma, come specificato nella risposta del ministro, il divieto di trascrizione e di deposito della registrazione relativa a una comunicazione del Capo dello Stato intercettata era stato così ricavato in virtù di una “ricostruzione che è frutto di una interpretazione sistematica”, non potendosi ravvisare nella “condotta dei magistrati aspetti di macroscopica inosservanza delle disposizioni di legge o di loro abnorme interpretazione”.

Il problema dunque era ed è quello del modo in cui colmare la lacuna normativa, non essendovi disciplina specifica quanto all’ipotesi di intercettazioni nei confronti del Presidente della Repubblica fuori dai casi di indagine per alto tradimento e attentato alla Costituzione. 

3. Evidentemente la procura di Palermo e la Presidenza della Repubblica ritengono che questa lacuna debba essere colmata in modo diverso. 

La prima ritiene sia applicabile la disciplina generale per cui gli interessati, quando la documentazione non è necessaria per il procedimento, possono chiederne la distruzione, a tutela della riservatezza, al giudice che ha autorizzato o convalidato l’intercettazione, il quale deciderà in camera di consiglio, sentite le parti (art. 269, comma 2, c.p.p.), o, al limite, per analogia, la disciplina sulle c.d. intercettazioni indirette che riguarda i parlamentari, la quale prevede, sempre su istanza delle parti o del parlamentare interessato, analoga procedura per la distruzione dei verbali e delle registrazioni ritenute irrilevanti dal giudice per le indagini preliminari (art. 6, comma 1, della legge n. 140/2003). Con riferimento a quest’ultima disciplina, va ricordato che la prevista immediata distruzione della documentazione in oggetto per il caso di diniego dell’autorizzazione all’utilizzazione delle intercettazioni “casuali” (ossia “fortuite”, captate su utenze di interlocutori non abituali del parlamentare stesso) da parte della Camera di appartenenza è stata dichiarata incostituzionale, nella parte in cui se ne dispone l’applicabilità “anche nei casi in cui le intercettazioni debbano essere utilizzate nei confronti di soggetti diversi dal membro del Parlamento, le cui conversazioni o comunicazioni sono state intercettate” (Corte cost., sent. n. 390 del 2007, riguardante i commi 2, 5 e 6 dell’art. 6 della legge n. 140 del 2003). La previsione dell’immediata distruzione contrastava, a giudizio della Corte costituzionale, non solo con il principio di eguaglianza ma anche con quello della “razionalità intrinseca della scelta legislativa”, essendo stato delineato un meccanismo irrimediabilmente demolitorio, senza possibilità di apprezzamento della posizione dei terzi. 


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