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NAPOLITANO INTERCETTATO/ Quella volta che al telefono c'era Scalfaro…

Oscar Luigi Scalfaro con Giorgio Napolitano (InfoPhoto) Oscar Luigi Scalfaro con Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

In assenza di una specifica norma che imponga di cancellare le registrazioni quando riguardino conversazioni del Presidente della Repubblica, la Procura di Palermo ha deciso dunque di procedere per le vie ordinarie, non essendo emersi, a quanto affermato dagli stessi magistrati, elementi di reato a carico di quest’ultimo per i quali, sempre salvo il caso di alto tradimento o attentato alla Costituzione e sempre che si tratti effettivamente di atti “funzionali”, dovrebbe invocarsi la “irresponsabilità funzionale” di cui all’art. 90 Cost.

La Presidenza della Repubblica sembra invece ritenere che la lacuna debba essere colmata, come detto, ricavando dall’art. 90 Cost. e dalla disciplina della legge n. 219 del 1989 il principio del divieto di intercettazione, salvo le deroghe espressamente previste, peraltro secondo specifiche modalità, con esclusivo riguardo all’alto tradimento o all’attentato alla Costituzione. Insomma, se per le indagini riguardanti le predette fattispecie è necessaria la previa sospensione dalla carica, per i reati comuni e, a fortiori, per qualsiasi fatto penalmente irrilevante deve prefigurarsi una “tutela piena” del Presidente della Repubblica.

4. La prima soluzione sembra non tenere pienamente conto della peculiare posizione costituzionale del Capo dello Stato, non distinguendo se le conversazioni siano o meno connesse all’esercizio delle sue funzioni; la seconda sembra prefigurare, o comunque presupporre, un’immunità piena (una sorta di inviolabilità) del Presidente, le cui conversazioni sarebbero sempre sottratte a intercettazione, sia pure “occasionale”, salvo il caso di formale avvio della procedura d’accusa per alto tradimento o attentato alla Costituzione. Ma, se il Presidente non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, salvo le due ipotesi appena richiamate, si dovrebbe ritenere che le intercettazioni non possano essere disposte (e debbano pertanto essere distrutte) ove riguardino attività connesse alla funzione del Capo dello Stato. Non già, dunque, che non possano essere mai disposte, come conseguirebbe invece alla prefigurazione di un divieto generalizzato, che incontrerebbe soltanto le due eccezioni più volte ricordate e varrebbe a coprire, addirittura, anche ipotesi di reato extrafunzionali. 

L’obbligo di procedere alla distruzione di intercettazioni riguardanti conversazioni compiute nello svolgimento di attività connesse all’esercizio delle funzioni del Presidente della Repubblica potrebbe, insomma, ricavarsi direttamente dall’art. 90 Cost. Ma spetterebbe comunque, almeno in prima istanza, alla magistratura valutare se la specifica conversazione possa o meno rientrare nel predetto ambito, seguendo per analogia il principio affermato dalla stessa Corte costituzionale (sent. n. 154 del 2004, relativa al c.d. caso Cossiga) secondo cui la decisione circa l’applicabilità in concreto, in rapporto alle circostanze di fatto, della clausola “eccezionale” di esclusione dalla responsabilità di cui all’art. 90 Cost. spetta appunto all’autorità giudiziaria, residuando, in caso di erronea valutazione, oltre ai rimedi ordinariamente previsti per il controllo sulle decisioni giudiziarie, la via del conflitto di attribuzione.

Si arriverebbe, per tale via, a ricavare dal divieto di procedere contro il Presidente per i reati commessi nell’esercizio delle sue funzioni il divieto di disporre nei suoi confronti qualsiasi atto di indagine, comprese le intercettazioni. Divieto che dovrebbe però comprendere, nel caso in questione, anche le intercettazioni “casuali” (o “fortuite”) captate su utenze di interlocutori non abituali del Presidente e dunque senz’altro non finalizzate ad invadere la sua sfera di riservatezza. Divieto che dovrebbe perfino operare quando il magistrato rilevi che dalle predette conversazioni non emergano elementi di reato a carico del Capo dello Stato, pur potendo risultare elementi utili sia per le tesi dell’accusa che per quelle della difesa. Si tratterebbe, peraltro, di un divieto, ricavato per via di interpretazione sistematica, che autorizzerebbe una deroga alla disciplina del c.p.p., la quale è rivolta proprio a consentire al giudice di valutare, sentite le parti, la rilevanza delle conversazioni, non rimettendo tale decisione all’unilaterale determinazione del pubblico ministero, anche in considerazione del fatto che potrebbero emergere elementi favorevoli all’indagato.

Le conseguenze di un divieto generalizzato quale quello così prefigurato potrebbero sembrare eccessive, implicando “un meccanismo integralmente e irrimediabilmente demolitorio che omette qualsiasi apprezzamento delle posizioni dei terzi, anch’essi coinvolti in quelle conversazioni”.