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NAPOLITANO INTERCETTATO/ Quella volta che al telefono c'era Scalfaro…

Oscar Luigi Scalfaro con Giorgio Napolitano (InfoPhoto) Oscar Luigi Scalfaro con Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

Si è ripresa qui una considerazione che la Corte costituzionale ha posto a fondamento della richiamata declaratoria di illegittimità costituzionale parziale della normativa in tema di intercettazioni “indirette” dei parlamentari, ove prescrive l’immediata distruzione delle stesse in caso di diniego dell’autorizzazione all’utilizzazione da parte della Camera di appartenenza (sent. n. 390 del 2007). In modo significativo, si rileva che l’immediata distruzione della documentazione accorda al parlamentare una garanzia ulteriore rispetto a quella costituzionalmente prevista (in quel caso dall’art. 68 Cost.) e soprattutto “finisce per travolgere ogni interesse contrario: giacché si elimina, ad ogni effetto, dal panorama processuale una prova legittimamente formata, anche quando coinvolga terzi che solo occasionalmente hanno interloquito con il parlamentare”. Insomma, limitatamente ai terzi, la documentazione delle intercettazioni deve rimanere utilizzabile, potendo la sua distruzione essere disposta solo ove, nel contraddittorio tra le parti, ritenuta non necessaria per il procedimento. 

5. L’art. 90 Cost. costituisce base di legittimazione costituzionale sufficiente per una diversa conclusione? Il divieto di intercettazioni “casuali” può affermarsi come soluzione “costituzionalmente imposta” dall’art. 90 Cost.? E, in caso di risposta affermativa, può la lacuna essere direttamente colmata in virtù del principio desunto dalla predetta disposizione costituzionale? E, poi, ammesso che la lacuna sia incostituzionale, potrebbe il predetto principio coprire anche atti non “funzionali” del Capo dello Stato (divieto assoluto)? 

Come si vede la questione è complessa, in quanto se si rispondesse affermativamente alla prime tre domande, bisognerebbe dire che dall’art. 90 Cost. e dall’art. 7 della legge n. 219 del 1989 si ricava non solo il divieto generalizzato di disporre intercettazioni (dirette) nei confronti del Presidente, ma anche l’obbligo di distruggere immediatamente quelle casualmente acquisite. Altrimenti, ove l’omissione legislativa fosse ritenuta non colmabile direttamente, la Corte, partendo dal presupposto del divieto generalizzato di intercettazioni nei confronti del Presidente della Repubblica, dovrebbe sollevare dinanzi a sé questione di legittimità costituzionale dell’art. 269 c.p.p. (o dell’art. 7 della legge n. 219 del 1989?) per dichiararne l’incostituzionalità nella parte in cui non prevede l’obbligo della distruzione immediata della relativa documentazione, ancorché riferita a conversazioni del Capo dello Stato captate “casualmente”. Ma, a quel punto, si dovrebbe specificare se quel divieto, e il conseguente obbligo, riguardi soltanto conversazioni connesse all’esercizio delle funzioni presidenziali. 

Viceversa, ove si ritenesse che la scelta per il predetto divieto sia “costituzionalmente consentita” (e non già “costituzionalmente imposta”), la decisione non potrebbe che rientrare nella discrezionalità del legislatore, con conseguente reiezione del ricorso. Allo stato della legislazione, insomma, la procura di Palermo avrebbe il potere di “valutare la rilevanza di conversazioni del Presidente della Repubblica e di mantenerle agli atti del procedimento penale perché, nel contraddittorio tra le parti, siano successivamente sottoposte alle determinazioni del giudice ai fini della loro eventuale acquisizione”. Anzi, se avesse agito diversamente, avrebbe violato una previsione codicistica la cui ratio è anche quella di evitare che il pubblico ministero possa, senza controlli del giudice terzo, distruggere i verbali di intercettazioni che potrebbero presentare come si à già detto, elementi favorevoli alla difesa dell’indagato.

Tale ultima considerazione potrebbe perfino condurre a ritenere, in parziale analogia con quanto accaduto per i parlamentari, che sia costituzionalmente inammissibile, per le intercettazioni “casuali” che coinvolgano il Presidente della Repubblica e dalle quali non si desumano elementi di reato a suo carico, “un meccanismo integralmente e irrimediabilmente demolitorio che omette qualsiasi apprezzamento delle posizioni dei terzi, anch’essi coinvolti in quelle conversazioni”.