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NAPOLITANO INTERCETTATO/ Quella volta che al telefono c'era Scalfaro…

Oscar Luigi Scalfaro con Giorgio Napolitano (InfoPhoto) Oscar Luigi Scalfaro con Giorgio Napolitano (InfoPhoto)

6. È evidente che, decidendo di sollevare il conflitto, Napolitano abbia inteso tutelare l’istituzione e non la sua persona, richiamando sul punto la nota frase di Einaudi per cui “è dovere del Presidente della Repubblica di evitare si pongano, nel suo silenzio o nella inammissibile sua ignoranza dell’occorso, precedenti, grazie ai quali accada o sembri accadere che egli non trasmetta al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura facoltà che la Costituzione gli attribuisce”. Bene è, allora, che sia la Corte costituzionale a pronunciarsi, per dissipare i dubbi che si connettono al modo stesso di intendere la irresponsabilità presidenziale di cui all’art. 90 Cost. Istituto che, a giudizio di chi scrive, deve intendersi alla luce di quanto disposto dal precedente art. 89 che prevede l’assunzione della responsabilità in capo ai ministri proponenti (o, nella lettura affermatasi nella prassi, competenti) per gli atti presidenziali che, a pena di invalidità, debbono essere da questi controfirmati. L’irresponsabilità di cui all’art. 90 Cost. sarebbe dunque conseguenza della sua mancata partecipazione alla determinazione dell’indirizzo politico, rimessa, in una forma di governo parlamentare, all’asse Parlamento-Governo. Il che dovrebbe indurre a preferire una lettura restrittiva dell’irresponsabilità, inidonea a trasformarla in “inviolabilità”, sulla base di una presunta, ma indimostrata, posizione di “superiorità” dell’istituzione Presidente della Repubblica rispetto agli altri organi costituzionali. Non mancano, ovviamente, ragioni per sostenere la necessità di una particolare tutela dell’organo in ragione della peculiare posizione dell’istituzione (basti richiamare l’art. 87, primo comma Cost.: “Il Presidente della Repubblica è il capo dello Stato e rappresenta l’unità nazionale”), ma occorre pure tenere conto, seguendo la lezione di realismo di Carlo Esposito, che il concreto ruolo svolto dipende e dipenderà dall’uomo Presidente della Repubblica. Più ampie sono le prerogative, minori sono i limiti che l’istituzione incontra; ovvero, nella specie, più ampie sono le prerogative presidenziali, maggiori sono i limiti che l’autorità giudiziaria incontra nello svolgimento delle attività di indagine. È un problema di equilibri, che, a giudizio di chi scrive, la Costituzione ha inteso risolvere preservando il Presidente della Repubblica da eventuali “aggressioni” della magistratura, non necessariamente proteggendo, senza limiti, i contenuti delle sue conversazioni.

La preoccupazione del Presidente di trasmettere “al suo successore immuni da qualsiasi incrinatura facoltà che la Costituzione gli attribuisce” è senz’altro legittima. Ma altrettanto legittima è la preoccupazione di lasciare intatto il sistema di limiti ai poteri prefigurato nella nostra Carta costituzionale, evitando che il successore, l’uomo Presidente della Repubblica, possa in qualche modo approfittare della sua posizione, trasformando, nei fatti, la prerogativa in privilegio. Per evitare ciò, limiti e controlli sul rispetto dei limiti sono necessari. Ad imporlo non è soltanto la Costituzione repubblicana, ma lo stesso principio fondamentale del costituzionalismo: limitare il potere a garanzia dei diritti di ciascuno e di tutti.

 

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