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Cronaca

LETTERA/ Caro Napolitano, eviti che i pm rovinino altre vite oltre la mia

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Il mio interrogatorio venne compiuto dopo due giorni di carcere, e durò solo 27 minuti, con minacce di altri addebiti perché “tentavo di offendere la loro intelligenza”, dai pm AntonioVinci e Francesco Misiani. Il mistero mi venne svelato due giorni dopo dal gip De Luca Comandini, il quale, dopo avermi interrogato, ammise che il mio arresto “era pretestuoso. I pm volevano sapere altro…” e disse al mio legale di preparare subito la richiesta di scarcerazione, che lui avrebbe accolta. Tale richiesta venne mandata dal gip ai due pm per il parere, ma questi lasciarono passare una settimana prima di esaminarla, e solo dopo che il mio legale, visto che i due negavano di averla ricevuta, ne reperì copia in cancelleria: i due dettero parere negativo, e convinsero De Luca Comandini a inviarmi ai domiciliari per 60 giorni.

Alla fine di quel periodo, ripresi servizio presso l’azienda nella quale ero stato chiamato e per motivi di lavoro mi recai negli Stati Uniti. Qui appresi che un nuovo mandato di cattura era stato emesso dagli stessi pm. Naturalmente il mio legale si recò presso il gip, con il quale concordò che io facessi ritorno in Italia subito dopo Pasqua (era il 1994) e mi consegnassi a lui, che mi avrebbe messo subito in libertà come aveva fatto con Carlo De Benedetti. Cosa che mi venne riferita telefonicamente da mia moglie. La telefonata venne intercettata, con il risultato di una sfuriata dei due pm al gip per quella promessa, e una richiesta di estradizione inoltrata al Governo federale degli Stati Uniti. Venivo arrestato dai federali all’aeroporto di Atlanta, dove mi ero recato trovare il presidente della Georgia Pacific (cliente delle aziende americane del gruppo italiano di cui ero presidente e amministratore delegato). Mi venne consegnato il nuovo mandato di cattura emesso (il reato di estorsione era sparito) per un reato inesistente, vale adire “per corruzione di persone non ancora identificate”. In altre parole ero un corruttore ma non si sapeva di chi. Lo si voleva scoprire con la tortura del carcere! Malgrado la resistenza del mio legale americano, che riteneva “risibile” sia quel mandato che la richiesta avanzata dai due pm, accettavo subito l’estradizione. Passavo però due giorni nella prigione federale (con catene ai polsi e ai piedi) e una nel carcere dello sceriffo, pagavo il trasporto mio e dei federali fino a New York dove mi attendevano due ufficiali, uno della GdF e uno dei CC, e alla vigilia di Pasqua arrivavo nuovamente a Roma, tradotto a Regina Coeli. Stesso rito di prima, interrogatorio senza esito, e un messaggio inviatomi da Vinci tramite il mio legale: “faccia un nome di un corrotto e lo mandiamo subito a casa, libero”. Frattanto si era provveduto, senza alcun esito, alla perquisizione della mia abitazione, del mio ufficio romano, dell’abitazione della mia ex segretaria, e a rogatorie internazionali che non producevano alcun esito. Venivo, dopo altri quindici giorni in carcere, inviato ai domiciliari per altri 60 giorni. Successivamente il pm Vinci veniva condannato in primo grado per concussione a un anno e 4 mesi, e poco tempo dopo arrestato perché si erano scoperti tre miliardi di lire su un suo conto in Svizzera! Veniva subito mandato ai domiciliari (che diversità di trattamento rispetto a un cittadino comune) dove durante la notte si spegneva misteriosamente. Frattanto era stata chiesta per tre volte la reiterazione delle indagini preliminari. Tenga presente che non mi sono mai opposto a nessuna iniziativa giudiziaria.

Il processo iniziava nel 1995 e si concludeva dopo sette anni in primo grado, su richiesta del nuovo pm (anche Misiani dopo lo scandalo del bar Mandara con Squillante aveva dovuto lasciare la magistratura), dopo l’escussione di numerosi testi, la mia dichiarazione spontanea e il consenso ad essere interrogato dal pubblico ministero, con l’assoluzione, passata subito in giudicato, “perché il fatto non sussiste”. Frattanto, oltre all’umiliazione mia e dei miei figli adolescenti, la perdita del lavoro, la sofferenza psichica derivante dalla “vergogna” che tutte le persone oneste provano quando finiscono in carcere, mi veniva diagnosticato un tumore maligno che richiedeva operazione immediata e radioterapia successiva.