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Cronaca

LETTERA/ Caro Napolitano, eviti che i pm rovinino altre vite oltre la mia

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Ma anche il tribunale di Milano si interessava a me. Il pm Antonio Di Pietro, che mi interrogò, tramite il suo maresciallo, come “indagato” per “non arrestarmi”, il quale tuttavia archiviava la mia posizione. Poi mi giunse come un fulmine a ciel sereno la richiesta di “rinvio a giudizio” nel processo Brancher e altri 93 imputati, per finanziamento illecito dei partiti e falso in bilancio. La richiesta veniva da Gherardo Colombo e Antonio Davigo. Naturalmente caddi dalle nuvole, visto che mi ero sempre rifiutato, meritandomi un corsivo dell’Unità che mi attribuiva come colpa il mio alloggio in albergo e il mio ufficio a palazzo Grazioli (che non era ancora di Berlusconi), perché mi ero rifiutato (come avevo fatto con tutti gli altri partiti) di contribuire alla Festa dell’Unità (quanta differenza dai due fondi di Frasca Polara scritti anni prima sullo stesso quotidiano definendomi “Un giornalista coraggioso”!). Il fatto che l’Agusta negasse di finanziare le varie feste era stato evidenziato anche in un servizio del settimanale Milano Finanza.

Mi presento all’udienza preliminare, presento la mia documentazione al pm, rispondo alle domande del gup, sottolineando tra l’altro che non facendo parte degli organi amministrativi non potevo essere accusato di aver falsato un documento che non era nelle mie competenze stilare. Alla fine dell’udienza lo stesso pm Colombo, mentre chiede per tutti il rinvio a giudizio, esclude me perché ”il fatto non sussiste”. Vengo lo stesso rinviato a giudizio. Colombo nell’introduzione chiede che venga prosciolto a meno che durante il procedimento non venga fuori qualche addebito o prova del reato. E poiché neppure gli ufficiali inquirenti della GdF sanno cosa dire (non ero stato neppure interrogato) nella requisitoria finale il pm chiede la mia assoluzione perché il fatto non sussiste. Richiesta che viene accolta dal Tribunale e passata in giudicato. Il processo milanese è stato più breve, per ragioni legali è durato solo tre anni. Ho chiesto la riparazione per il processo romano, per l’ingiusta detenzione, i danni fisici e morali, e la Corte d’Appello competente ha deliberato di rimborsarmi con soli 8mila euro. Solo le spese legali, i viaggi, l’operazione, la perdita del lavoro, ammontavano ad oltre un milione e mezzo di euro. Inoltre, secondo la legge, per ottenere quella piccola somma avrei dovuto pignorarla presso la tesoreria della Banca d’Italia, intentare un’altra causa che mi sarebbe costata più degli 8mila euro da recuperare. Ho preferito lasciar perdere.

Potrei raccontarle tante altre cose, altri incontri con la magistratura, risoltisi sempre a mio favore, non per correttezza del pm di turno, ma perché sono sempre stato onesto. Come la maggioranza degli italiani. Per i quali signor Presidente faccia qualcosa, eviti che finiscano nelle mani di persone che possono rovinare la loro vita come hanno fatto con me, eviti che la magistratura abbia a spargere tanta sofferenza. I pm soprattutto hanno un potere enorme nelle mani e nessuna responsabilità. Perché questo privilegio rispetto a tutti gli altri cittadini?

Mentre La ringrazio per la pazienza di aver letto questo mio sfogo fino in fondo, Le porgo, oltre ai sensi della mia più profonda stima, gli auguri per il proseguimento di un settennato felice.

 

Suo

Francesco Fusco

 

P:S. Tutti i media, anche internazionali, hanno dato notizia molto ampia della mia incriminazione e del mio arresto. Nessuna delle mie assoluzioni. Il marchio che è rimasto è quello della colpa, non quello dell’innocenza. Che ne pensa?

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