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DROGA/ Perché Saviano e Veronesi "legalizzano" il fallimento della modernità?

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Una dose di cocaina (Infophoto)  Una dose di cocaina (Infophoto)

Ora non si può ignorare la potenza letale di questo mito, sul quale puntualmente cade il silenzio di coloro che, per professione, dovrebbero essere i più informati. È nel mito della droga compatibile, della droga come abitudine provvisoria e marginale, della droga come scelta reversibile e occasionale che vivono decine di migliaia di tossicodipendenti. Ci sono legioni di giovani e di adolescenti che ritengono che la droga sia una sostanza gestibile, potenzialmente controllabile. Lo stesso concetto di dipendenza è visto più come lo spauracchio di politiche repressive che non come il risultato di analisi scientifiche. In realtà per molti amanti delle “pasticche” del sabato sera, ciò che è fatale non è la droga, ma il suo uso distorto, irrazionale. Per molti di loro la droga è equiparata all’alcol: presa con moderazione e intelligenza non crea problemi.

Ora è sinceramente incredibile come ogni richiesta di liberalizzazione – qui inclusa quella di Saviano e di Veronesi – tenda a restare silenziosa su quest’aspetto che è comunque la parte decisiva del problema: la droga crea dipendenza e questa dipendenza conduce sempre a patologie e può avere, in molti casi, un esito fatale.

Quanto la richiesta di legalizzazione delle droghe della quale parlano, con indiscutibile buona fede, Saviano e Veronesi non finisce per alimentare un simile mito? Quanto una procedura legalizzata di acquisto non implichi di fatto una normalizzazione – ahimè fatale – dell’atto del drogarsi? Come si fa a non capire come quello che, ancora oggi, è giudicato come un comportamento patologico, pernicioso e potenzialmente autodistruttivo, una volta depenalizzato diventerebbe, nei fatti, una scelta personale, magari discutibile e anche pericolosa, ma comunque privata e reversibile, e proprio in virtù di queste caratteristiche, legale? Come si fa a non rendersi conto che, una volta legalizzato, l’uso di determinate sostanze psicotrope sarebbe equiparato – nella mente di tanti giovani assuntori – a quello di bevande alcoliche o di determinati psicofarmaci? La legalizzazione sarebbe di fatto un riconoscimento implicito del diritto del singolo a decidere della propria esistenza anche usando determinate droghe, magari dietro ricetta medica.

Qui il problema, al di là del piano morale sul quale non entro in merito, è certamente comportamentale. Non è possibile fingere di non sapere come il diritto alla droga, magari anche “privata e responsabile”, non farebbe che alimentare il mito del quale si nutrono migliaia di tossicodipendenti e decine di migliaia di sballati del sabato sera: quello della droga come di una sostanza gestibile, controllabile, quindi, sostanzialmente "innocua".

Generazioni di tossicodipendenti hanno creduto e credono in questa favola della modernità avanzata. Le migliaia di morti per droga sono lì a dimostrare quanto questi presupposti oltre ad essere semplicemente falsi, illudano quote non marginali dell’universo giovanile ed adolescenziale.

La droga in farmacia, prescritta magari da un medico che, come il professor Veronesi, ritiene ancora che questa sia «la materializzazione del rifiuto dei ragazzi di una società violenta e ingiusta» sarebbe considerata, più o meno rapidamente, alla stregua di un semplice supporto farmacologico, una sorta di psicofarmaco da affiancare agli antidepressivi e agli ansiolitici. Ma se la droga dà dipendenza e quindi risulta, nei fatti, incontrollabile ed ingestibile, renderla legale significa occultarne scientemente questa dimensione letale. A ben poco varrebbero le campagne stampa, quando sarebbe proprio lo stesso farmacista che, tra sciroppi ed antibiotici, la consegnerebbe sul banco dietro la presentazione, ovvia, della liberante e ipocrita ricetta medica. La droga legale non farebbe che avvalorare ancora di più la falsa coscienza di chi crede, ancora oggi, che drogarsi sia un’operazione soggettivamente controllabile e quindi reversibile.


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