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J'ACCUSE/ Quella felicità ad ogni costo dei giornali che abita sotto l'ombrellone

Una bella ragazza sorridente: sarà anche felice? (Foto: Infophoto) Una bella ragazza sorridente: sarà anche felice? (Foto: Infophoto)

Se la felicità diventa un obiettivo concretamente formulabile, la felicità mancata, che nell’universo culturale pre-moderno era rinviata al carattere imperfetto della natura umana, diventa anch’essa la conseguenza di azioni e scelte dell’individuo. Esattamente come la felicità, anche l’infelicità appare il risultato di processi umani, dei quali qualcosa, o qualcuno, è artefice e quindi responsabile. L’uomo che persegue liberamente la propria felicità è anche, in ultima analisi, il responsabile della propria infelicità.

Si spiega così come, accanto all’emergere di una manualistica per il benessere psico-fisico, si affermi una pubblicistica di guide, consigli e istruzioni per la costruzione della propria felicità. Questa, alla pari di un fisico tonico, è il risultato di un attento lavoro su sé stessi, sulle proprie emozioni, sulle proprie aspirazioni. Così, accanto ai simboli di status, ai consumi ostentatori, al pieno controllo del proprio tono muscolare si aggiunge oggi la qualità del proprio umore, del proprio carattere. Dal momento che l’essere felici è il risultato di una strategia efficace – proprio come può esserlo l’avere un corpo in perfetta salute – la felicità diventa la prova regina del proprio successo, il segnale chiaro (e pubblico) della propria realizzazione. Un persona di successo non può permettersi l’infelicità se non rivelando il proprio personale fallimento, ammettendo la propria partita persa con l’esistenza. 

È abbastanza facile vedere dove finisce con il condurre una simile prospettiva: se la felicità diventa un dovere sul quale si è sempre di più misurati e valutati, il raggiungimento della propria personale felicità autorizza qualsiasi strategia. Tutto diviene allora possibile, anche la riduzione della felicità stessa alle sensazioni ed alle emozioni che ne simulano l’esistenza. Ciò appare plausibile, anche quando queste riduzioni sono provocate da protesi chimiche: sostituti di una relazione che non c’è, riempitivi di un’assenza significativa, di un’affezione mancata.