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Cronaca

J'ACCUSE/ Quella felicità ad ogni costo dei giornali che abita sotto l'ombrellone

L'esigenza di felicità caratterizza da sempre il cuore dell'uomo, ma - soprattutto d'estate - diventa un 'must' promesso da giornali e manuali di ogni tipo. Ne parla SALVATORE ABBRUZZESE

Una bella ragazza sorridente: sarà anche felice? (Foto: Infophoto)Una bella ragazza sorridente: sarà anche felice? (Foto: Infophoto)

Le recenti e rinnovate attenzioni sulla felicità, al di là dei risultati grotteschi provenienti dalle domande improbabili dei questionari, non sono affatto l’espressione di un’esigenza passeggera e di superfice, anche se è passeggero e inevitabilmente superficiale l’interesse (tipicamente estivo) che vi riservano i media. In realtà il problema del diritto alla felicità è al cuore della modernità come processo culturale (ma anche politico) e costituisce una delle conseguenze principali del percorso di secolarizzazione che attraversa la società occidentale. 

Credo che si debba riconoscere al Pascal Bruckner di L’Euphorie perpétuelle il merito di aver identificato in modo chiaro una tale contraddizione. In un universo del quale Dio non è più responsabile e in una società nella quale questi non ha più alcun ruolo è l’uomo, l’homo faber, ad essere il solo ed intero artefice del proprio destino e quindi della propria stessa felicità. Con la separazione da Dio l’avventura umana si percepisce come svincolata da qualsiasi limite, libera da qualsiasi impaccio verso la propria realizzazione. Ma se la felicità è realmente perseguibile, se non è ferita né minata da una qualsiasi humana conditio, se essa diviene un diritto per tutti, perseguirla non solo è giusto ma anche ragionevole. L’illuminismo, liberandosi della dottrina agostiniana della corruzione assoluta della natura umana, fa della ricerca della felicità uno dei diritti fondamentali dell’uomo-cittadino. L’epoca della rivoluzioni, lungo il crinale tra il XVIII ed il XIX secolo, segna infatti l’inizio del droit au bonheur: la ricerca della felicità diventa diritto fondamentale dell’uomo e si pone al cuore dell’esistenza delle nascenti democrazie liberali.

Inizia così una ricerca, privata e personale, della felicità: unico vero obiettivo di ogni progetto a lungo termine. Un obiettivo tanto più comprensibile quanto più il soggetto è oramai definitivamente separato dalla speranza di riscattare le pene dell’al di qua con le beatitudini dell’al di là: nel mondo moderno la felicità non è rinviabile, diviene un obiettivo da perseguire e da concludere nell’arco della sola esistenza mortale, l’unica della quale si è certi. Nell’orizzonte di quest’ultima, la ricerca della felicità diventa un vero e proprio motore dell’azione, la vera utilità attesa che si cela dietro l’inizio di un lavoro, l’insediarsi di un’unione stabile, la nascita di un’amicizia, la messa a punto di un progetto di vita.

Il porre dietro ogni scelta non momentanea la felicità come reale posta in gioco rende sempre più esigenti: lavoro e affetti, luoghi e amicizie sono prima o poi chiamati a rendere conto della loro capacità a collaborare alla costruzione della nostra felicità privata. Un lavoro che non si rivela funzionale ad un tale progetto, una relazione affettiva che non partecipi di questa tensione, un’amicizia che non contribuisca all’edificazione di una tale prospettiva sono immediatamente sospettati di contribuire all’infelicità e, proprio per questo, sono portati avanti con fatica, perplessità e sono lasciati cadere, non appena si manifesti la possibilità concreta di farlo e i costi ci appaiono ragionevolmente sopportabili.