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IL CASO/ Sbriglia (carcere Trieste): ecco come il detenuto continua a essere un genitore

Pubblicazione:sabato 7 luglio 2012 - Ultimo aggiornamento:sabato 7 luglio 2012, 20.38

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Oltre all’esito positivo in sé, il progetto è stato soprattutto toccante e commovente per tutti. Da una parte gli operatori penitenziari potevano cogliere l’emozione dei docenti che, pur forti della loro professionalità, si imbattevano in una situazione certamente particolare. Dall’altra il detenuto che, per la prima volta in contatto con la scuola del figlio, scopriva che il ragazzo aveva ottimi voti ed era anche stato scelto per le Olimpiadi di matematica. La situazione che si è creata ci ha fatto riflettere, emozionare e reso consapevoli di come il carcere può non essere solamente una prigionia ma anche qualcosa di costruttivo e realmente utile.

Un progetto del genere inoltre limita il rischio che gli effetti derivanti da una pena coinvolgano anche altre persone innocenti, come un figlio.

Certo, questo è l’obiettivo parallelo che ci imponevamo. Da un lato il detenuto mantiene dei doveri che deve comunque assicurare alla collettività, dall’altro si evita il rischio che la condanna abbia effetti indesiderati su coloro che con tutto questo non hanno nulla a che vedere. Anche per questo motivo abbiamo ritenuto che fosse utile portare a conclusione questo progetto, a prova di come sia possibile circoscrivere l’effettività della pena.

Come continuerete adesso?

Dopo questo primo tentativo, sono tanti i detenuti che chiedono di poter fare altrettanto e che vogliono contattare scuole e istituti dei propri figli anche all’estero, ad esempio nel Corno d'Africa. Qualcuno ci ha anche chiesto se ci si potesse collegare con l’università del figlio; in tali casi si tratterrebbe di un ragazzo già vicino all’età adulta, ma viene da chiedersi se il dovere di genitorialità non accompagni un figlio per tutta la sua esistenza; certamente però ritengo che quanto stiamo cercando ostinatamente di fare rientri perfettamente nella volontà del Ministro Severino e del Capo del DAP, Giovanni Tamburino, i quali non solo intendono trovare soluzioni ragionevoli per alleggerire il pericoloso sovraffollamento che contraddistingue le carceri italiane in questi tempi, ma anche favorirne la costante umanizzazione, come vuole la Costituzione.

 

(Claudio Perlini)

 



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